Arrivederci Saigon

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Arrivederci Saigon

Regia: Wilma Labate

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Nell’autunno del 1968 giunge a Le Stars l’inaspettata offerta di una tournée in Estremo Oriente. Le Stars, una girl band formatasi pochi mesi prima, composta da cinque giovanissime ragazze della provincia di Livorno. Partono animate da plausibili speranze di farsi valere a Hong Kong, a Singapore, a Tokio forse. All’aeroporto di Manila scoprono i tassativi termini previsti dal contratto stipulato dal loro impresario: esibirsi in Vietnam nelle basi militari dell’esercito americano. Impossibile recedere. La tournée è concordata per tre mesi.

Da Manila Le Stars salgono sul primo volo che le porta a Saigon. Dalle testimonianze di quattro di loro – Viviana Tacchella, Rossella Canaccini, Daniela Santerini, Franca Deni – Wilma Labate ha tratto Arrivederci Saigon, presentato a Venezia alla settantacinquesima Mostra internazionale d’arte cinematografica.

Mi soffermo su alcuni aspetti di Arrivederci Saigon. Il primo riguarda lo straordinario accordo conseguito da Wilma Labate tra la selezione delle immagini di repertorio, girate cinquanta anni fa nel Vietnam percosso dalla guerra, e i volti e le parole delle quattro protagoniste che ci narrano la loro avventura. Gli episodi si susseguono, ma, più ancora, sullo schermo affiorano intatte le emozioni vissute allora. Sensazioni che si perdono o, nel tornar loro alla memoria, si ritrovano in un gesto distratto, in uno sguardo. Ed ecco che, quasi fossimo posti in grado di scorgere quello che Viviana o Rossella ‘vedono’ con l’occhio della mente mentre ci parlano, vediamo scorrere davanti a noi prospettive di foreste, salire dal verde delle risaie i fumi roventi del napalm, sfilare al bordo d’una strada gli edifici demoliti dai mortai e correre soldati giovanissimi e trascinarsi il lento passo di vecchie contadine spaurite.

Le parole si fanno visioni nel magico dispositivo del cinema. Dalle parole si dipanano le immagini, filano in continuità ed è tale la interazione reciproca che Labate ne ottiene con il montaggio di Mario Marrone che non c’è mai frattura, sobbalzo o scarto quando si passa dal volto di Daniela o di Franca al viso del soldato americano che si volta mentre la jeep si allontana. O quando ci si ritrova tra le esplosioni di un bombardamento in mezzo al quale Le Stars sono capitate, uscendone, come raccontano ancora sbigottite, indenni.

Arrivederci Saigon restituisce di questa loro condizione uno stato d’animo che, passati cinquanta anni, ancora nella rievocazione frastorna e disorienta, agita Viviana e Rossella, Daniela e Franca.

 

Tratto dalla recensione Di Alberto Olivetti - Manifesto  del  02.11.2018