Gusto (Il) degli altri

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IL GUSTO DEGLI ALTRI

 Di Agnès Jaoui

 Recensione di Marc de’ Pasquali

 Gusto: uno dei cinque sensi. Il sapore delle sostanze introdotte nel cavo orale che soddisfatto o deluso, fra abitudini ed eccezioni, ingoia e rigetta il buono e il cattivo, l’amaro e il dolce. Piacere o dispiacere.

Gusto anche come forma, stile, genio, carattere. Quell’assecondare evidente o nascosto delle nostre inclinazioni, dei nostri comportamenti; quell’intima sensazione che giudica, apprezza, smuove, trascende….

I gusti sono gusti, non si discutono. E sono infiniti. Rispettano o offendono le convenienze, il senso estetico, in un intreccio di radici, miti, fato. Sentimento.

“Il gusto degli altri” è tutto questo.

E’ il debutto di Agnès Jaoui – autrice di teatro e sceneggiatrice, pure del canterino “Parole Parole” di Resnnais. Il primo film che ha scritto, diretto e interpretato, insieme al marito Jean-Pierre Bacri, privo di volgarità, di luoghi comuni, pur trattando persone (maschere) ordinarie, addirittura patetiche nella loro triviale quotidianità.

Nomination all’Oscar come migliore pellicola straniera che, a basso costo, con la semplicità del rigore, lusinga l’intelligenza di chi la guarda; già dalla locandina d’antan, teatrale, con i volti dei cinque attori principali affiancati ai ruoli a loro assegnati.

Una storia di niente: l’uomo d’affari (nuoveau-riche), l’attrice (dà lezioni private per arrotondare), l’autista (dilettante di flauto traverso), la cameriera (spacciatrice a domicilio postsessantottina), la guardia del corpo (ex poliziotto fallito), s’incrociano nella ronda della vita….

Lei – personalità nubile inappariscente – si presenta da un imprenditore per insegnargli l’inglese. Lui, tediato da telenovelas, da un pedissequo corteo di cane nanerottolo e aggressivo, di moglie sedicente arredatrice (divani, pouf, letto, tappezzeria satin rosa confetto), di consulente a modino, di comprensivo autista, di tenebroso guardaspalle, la congeda impermalosito. Una sera, per caso, lui vede lei che recita truccata e appassionata. S’incanta. Se ne innamora. Vola. Taglia i baffi: la segue e insegue, deriso. Anche nel bistrot dove l’attrice coi colleghi amici, dopo il palcoscenico, va a cena servita dalla disinvolta cameriera (che ebbe un flirt nebuloso con l’autista e ora con la guardia del corpo).

E’ la confusione. Il disorientamento.

Mondi imprevedibili, strappi, sussulti; contrapposizioni, precipitano su conversazioni, arte, drammi di Ibsen, musica (la raffinata colonna sonora comprende persino brani del “Rigoletto”). Quindi mortificazioni, opportunismi, moralismi, consuete gaffe sui froci, ulteriori desideri di normalità, di maternità, di rapporti tradizionali, siano o no al di là dei mari. L’invocazione: “bisogna andare incontro al gusto degli altri”!

Allora l’abbandono del passato e l’abbandonarsi all’estremo, -durissimo tentativo di rendere reali le spinte, d’accettare il rischio- realizzeranno, per alcuni, la comunione dell’amore. Per altre, invece l’emergere dell’insoddisfazione, dell’incomprensione, dell’irriducibile incapacità del cambiamento, renderà più tangibile la tacita conclusione della separazione.

Ecco l’eleganza, l’emozione, le sfumature del gusto secondo Agnès Jaoui. Ecco il senso che fa morire o prosperare il sapore spigliato della felicità che ognuno è in grado di comprendere. Ecco un film da applaudire, perché, se non arresta l’ansia esistenziale, la fa almeno correre leggera, svelta, alla francese, nei cieli dell’ironia.