Persepolis

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Regia Marjane Satrapi

Recensione di Valentina Torlaschi

La storia – Marjane è una bambina di nove anni che vive a Teheran durante la rivoluzione islamica. Mandata a studiare in Europa dai genitori, si scontra con la solitudine, i pregiudizi e l’illusione dell’Occidente. Dopo il liceo, nonostante la dittatura e l’obbligo del velo, la ragazza decide di tornare in Iran: ritroverà un Paese irreversibilmente cambiato.
Non c’è da stupirsi che Persepolis si sia aggiudicato il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. Film d’animazione tratto dall’omonimo fumetto diventato ormai un cult in Francia, la pellicola traccia, con il taglio lieve e incisivo del disegno, un ritratto pudico e commovente della giovinezza della stessa regista e disegnatrice iraniana.
Nel presente (a colori) di un aeroporto di Parigi, Marjane ripercorre il proprio passato recente (in bianco e nero) per narrare in voce fuori campo il trapassato storico (in simil-silhouette) della lotta allo Scià. Persepolis è un film d’animazione che nel linearismo forzato e nell’antinaturalezza di un disegno in b/n dai tratti infantili non poteva essere più documentativo e suggestivo. E’ davvero sconvolgente percepire all’unisono con la protagonista la pesantezza di certi sguardi maschili e vedere quanto diventino espressive quelle semplicissime palline nere che faticano a trattenere le lacrime o che si abbassano improvvise per non incrociare occhiate pericolose. Il disegno, questo tratto che la regista definisce “realismo stilizzato”, è davvero il linguaggio più efficace per visualizzare e astrarre la paura di una guerra che non si può capire, i fantasmi di una città distrutta, e rendere universale una storia così personale. Un’animazione che fa dichiarato riferimento al cinema dal vero ispirandosi in particolare al Neorealismo italiano e all’Espressionismo tedesco, non a caso due scuole di cinema postbellico.
Ma Persepolis non è solo un film che mostra le contraddizioni della propria terra. E’ anche e soprattutto un’importante riflessione sulla condizione femminile. Un’opera che rivendica sottovoce come il destino di una donna non sia quello di essere moglie, madre o “sorella”, ma di essere libera.  E allora la madre di Marjane piange al matrimonio della figlia ventunenne, quando per lei aveva sognato un futuro di emancipazione, cultura e indipendenza.
Il film affronta temi importanti, sempre però con una leggerezza di toni e un’autoironia sorprendenti.
Indimenticabili rimangono alcune scene come il dialogo in cielo tra Dio e Marx con tanto di strizzata d’occhio, il risveglio dalla depressione con coreografia alla Rocky Balboa sulle musiche di Eye of the Tiger, gli spacci di cassette punk metal per le strade di Teheran, il realistico e
sprezzante rimontaggio di un ingannevole idillio d’amore o ancora il corso di disegno di nudo con  modella in burqa.
Ricordare che Persepolis ha richiesto 600 model sheet e 80.000 disegni è cosa dovuta, ma non sembra aggiungere troppo a un film che non si acquieta certo nel virtuosismo tecnico.