Lucrezia Marinelli

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Spazio bianco (Lo)

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Regia Francesca Comencini

Recensione Michela Veronesi

“Maria è una donna napoletana emancipata e sola, insegnante di lettere in una scuola serale per adulti che devono conseguire la licenza media. Rimasta incinta senza volerlo, partorisce prematuramente e si ritrova così a dover sostenere una situazione di dolorosa attesa, in totale solitudine, sospesa fra la vita e la morte di sua figlia, imparando lentamente ad amarla e a conoscere meglio se stessa”.
Lo “spazio bianco” è un luogo sospeso dove trattenere il respiro in attesa del tutto o del niente, senza sconti, senza possibilità di distrazioni, con tutta la consapevolezza del peso che quell’attesa comporta, perché dopo inizia comunque un nuovo presente. Lo spazio bianco è anche il rigo vuoto lasciato da Gaetano all’esame di terza media su consiglio di Maria per poter passare –appunto- da un presente che è finito a un nuovo presente. E bianco è lo spazio che circonda la protagonista all’inizio del film di Francesca Comencini: per qualche istante la Maria interpretata da margherita Buy appare al centro dell’inquadratura, circondata da un candore così simile al nulla mentre si muove saltellando con lo sguardo perso davanti a sé…… Subito dopo scopriamo che si trova in un locale e che sta ballando, che è da sola e che vive con distacco e intelligenza questa sua condizione. Più avanti capiremo anche che è una donna che sa essere libera, nonostante tutto, e che vive con autonomia le difficoltà quotidiane.
Tratto dal romanzo omonino di Valeria  Parrella, pubblicato da Enaudi nel 2008, Lo spazio bianco
è un film totalmente femminile, per punto di vista e per contenuto.
Per la prima parte del film, che coincide con il periodo pre-nascita di Irene, Maria si muove per Napoli con una certa sicurezza e gesti abitudinari, prende la funicolare, il traghetto, va al cinema, a lavorare, corregge i compiti dei suoi allievi durante gli spostamenti, compie gesti quotidiani, osserva gli altri, incontra un uomo.
La gravidanza è quasi omessa, nel film come nel romanzo, a favore di un momento ben più significativo come il dopo parto, momento che sia la regista che la scrittrice, seppure in modi diversi, raccontano come solo le donne che lo hanno vissuto sanno (e possono) fare. C’è la sensazione del grembo svuotato, ci sono i segni sul corpo, le cicatrici, il braccio indolenzito dalla flebo (che la Buy si tocca spaesata per tutta la sequenza in cui la vediamo entrare nel nuovo spazio della terapia intensiva), ma soprattutto c’è l’ansia per quell’altro da sé che è il nascituro. Nel caso de Lo spazio bianco, l’ansia è ancora più radicale perché si carica di un enigma ingestibile, racchiuso in una domanda senza risposta, detta come intercalare involontario da un dottore alla protagonista, che nel film non si coglie in tutta la sua portata quanto nel libro, ma che c’è, risuona imperante, e resta fino alla fine senza risposta: “La bambina nascerà sicuramente viva ma potrà morire subito o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?”.
La condizione emotiva della protagonista è resa da Francesca Comencini soprattutto attraverso il montaggio che recupera un poco alla volta il vissuto di Maria con un movimento retroattivo, riempiendo i buchi che l’ellissi sulla gravidanza aveva lasciato. Ma è soprattutto la recitazione di Margherita Buy ad assorbire dal testo di origine tutta la portata della deriva esistenziale del personaggio e restituircela dandole un corpo e un volto credibili.

 

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