Holy smoke

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Regia JANE CAMPION

Recensione di Paola Aspri - Rivista Cinema

 

Ancora una volta, Jane Campion, regista neo-zelandese ricordata per lo splendido “Lezioni di piano” che vinse nel 1993 la Palma d’Oro al festival di Cannes narra l’universo femminino, questa volta però ambientandolo nel disorientamento affettivo di fine millennio. “Holy Smoke”
(Fumo Sacro), presentato in concorso al Festival di Venezia, è stato decretato vincitore del Leone d’Oro ancor prima di essere visionato in rassegna, forse per l’originalità di una sceneggiatura, firmata dalla stessa Campion, fibrillante d’emozionalità e di contraddittorie regole epocali. Fin dalle prime immagini del lungometraggio s’intravede lo stile di una regista che si discosta dal cinema commerciale e nei primi fotogrammi riesce ad entrare nella storia, eludendo il trascorso e dichiarandosi con piccole grandi verità.
La vicenda di Ruth Barron, giovane e avvenente australiana che fugge dal passato per ricercare
in India l’amore assoluto in un Baba e che è liberata dal suo stato di soggiogamento, attraverso un americano specializzato nella lotta alle sette. E’ uno spaccato di quotidianità folle. Il film non ricerca un finale positivo e neanche una soluzione ai problemi che affliggono le anime in pena di questo scorcio di secolo, infatti, il personaggio di PJ Waters, ingaggiato per eliminare i fantasmi di Ruth  (un ricondizionatore d’anima), cade vittima dei pensieri e delle sensazioni della donna, scoprendo di essere umanamente sensibile all’esistenza e alle contorte scoperte del mondo interiore. S’intreccia così tra due personaggi, all’inizio dissimili, una relazione che finisce per diventare specchio di un universo in declino, pieno di paure, di superstizioni e di vuoti intimistici. Due vite che s’incrociano e riescono a comunicare pur tra le discrepanze dell’arco esistenziale. Intorno ai ruoli principali, ruotano figure di contorno colorite da un’atmosfera quasi almodovariana che incidono in maniera positiva sulla sdrammatizzazione d’argomenti scomodi, soprattutto i dialoghi a tratti parossistici inducono a sorridere, un’alternanza di reazioni estreme che fanno parte del nostro oggi. E’ un film che deve la sua bellezza all’interpretazione ineccepibile di Kate Winsler e
Harvey Keitel, granitici e insicuri allo stesso tempo, in stato di grazia quasi continuo, capaci di soggiogarci all’arte dialogatoria della recitazione nevrotica e visionaria.

Ci sono inquadrature splendide, dove l’alba spunta radiosa dopo che l’amore fisico ha preso il sopravvento sulla ragione.
Splendida, in questo caso, la scena di seduzione di Ruth nei confronti di Waters, quando la sua mente perde difese e si scevra dallo spirito maligno. Jane Campion traccia dei percorsi di vita, gremita d’affanni e di rimpianti, di riscoperte, di tormenti, di travestimenti, per trovare una faccia  e un nome al proprio io. L’anima nera, però non ha scelto un finale adeguato, ma ha cercato di smorzare i toni acri di certi momenti, facendo comunicare epistolarmente due caratteri, ormai lontani uno dall’altro e donando così nell’epilogo un’aurea d’edulcorata incoerenza, proponendoci un amore senza fine, dopo una tempesta di crudeli, ma interessanti intuizioni registiche.
Accattivante e coraggiosamente alternativo, è l’opera che meglio tratteggia gli itinerari di una cineasta con il gusto per la trasgressione intelligente.