Celia. Un brutto sogno

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Regia di Ann Turner

Recensione di Gabriella Lazzerini

 

Come dire del mondo, con gli occhi di una bambina. In questo film, forse anche autobiografico (della regista so poco, a parte le notizie che ho letto nell’Occhio delle Donne di Laura Modini), la protagonista è Celia, che negli anni ‘50 ha nove anni, e nel 2000 avrebbe un’età vicina a quella che ho io. Il film, anche se collocato agli antipodi, in Australia, mi restituisce in primitivo il clima di certi ambienti dove la parola comunista era un epiteto vergognoso da pronunciarsi a bassa voce.
Nel paesotto australiano dove Celia vive, va a scuola, si incontra e scontra con adulti/e e coetanei/e, la guerra fredda è sottilmente in atto, e i comunisti sono mostri, più mostri degli Hobbias che Celia intravede nei suoi sogni e nelle sue paure. Ma Celia, occhi azzurri interrogativi, figlia unica, sottoposta all’amore sia pure imperfetto di madre e padre, ha una bussola sicura per muoversi: ragiona e si orienta seguendo amore e desiderio. Tutto questo gliel’ha insegnato la nonna, che muore nella prima scena del film ma non nel ricordo della nipotina: una nonna tra l’altro militante di sinistra, come fanno intuire i libri che ha lasciato, la cui eredità però non viene raccolta dal padre e dalla madre di Celia. L’amata immagine si incarna in una nuova vicina, Alice, madre di due ragazzi e una bambina, che sa giocare ma anche ascoltare e ragionare. Celia stabilisce intense relazioni con tutta la famiglia, e la sua vacanza di Natale si snoda tra giochi, guerre per bande capeggiate dalla coetanea antipatica, riti voodoo contro i nemici grandi e piccoli, incontri e scontri con i genitori che qualche volta capiscono e più spesso fraintendono ed eludono, in particolare il padre, mentre la figura della madre, dapprima sbiadita, acquista sempre più spessore via via che viene esposta al modello luminoso della vicina. Intanto il padre tenta con Alice approcci sempre respinti, e Celia coltiva il suo sogno segreto: un coniglio domestico, tutto per lei. Ma i mostri sono in agguato, non gli Hobbias onirici e notturni, ma quelli diurni e reali: il maccartismo e l’ottusità burocratica, rappresentati dalla figura del poliziotto del villaggio.
Alice ha trascorsi di militante comunista, e dovrà andarsene perché il marito non trova più lavoro; a fare la delazione è stato il padre di Celia, che propone alla figlia un patto infame: il coniglio desiderato in cambio della rinuncia a frequentare la famiglia di Alice. Celia fa finta di accettarlo, ma può solo giurare, mescolando il sangue, che non li dimenticherà mai.
Frattanto in Australia i conigli selvatici si moltiplicano come cavallette, e come cavallette stanno diventando una piaga sociale (è un fatto realmente accaduto negli anni ‘50). Il governo che, come dice Celia non sa fare il suo mestiere, se non distingue un coniglio selvatico da uno domestico, attraverso il poliziotto, burocratico esecutore della legge dei padri, sequestra fra gli altri anche il suo coniglietto. La madre cerca invano di contrattare, poi si unisce a un gruppo che riesce a far rientrare il provvedimento. Ma è troppo tardi, il suo amato animale è morto e a Celia il responsabile appare un Hobbias spaventoso, da cui bisogna difendersi con un colpo di fucili. Però chi muore è il poliziotto, e Celia è salvata dalla complicità della madre, che fa valere la sua legge, riuscendo a convincere anche il padre: occulta le tracce del misfatto e si assume lei la sofferenza della bambina, per la quale l’accaduto dovrà essere solo un brutto sogno. Questo permette a Celia di combinare un rito di esorcismo: una finta impiccagione, offerta come risarcimento alla figlia della vittima, alla fine della quale si può correre libere verso il futuro.
Ho amato molto questo film, che mi ha finalmente dato l’immagine di un’infanzia ingenua ma non innocente, dove i genitori non sono stereotipi di perfezione o di malvagità, ma esseri umani con le loro imperfezioni di amore anche sbagliato e ingiusto, e i piccoli e le piccole sono individui che sperimentano lo stare al mondo con serietà.
L’ingenuità (nel senso etimologico del termine, che vuol dire natività) è negli occhi di Celia che giudica la realtà degli accadimenti e delle relazioni secondo quello che sente, e si regola nel distinguere quel che si deve fare e quel che non va fatto secondo il giudizio di ciò che per lei conta. Il tutto è raccontato con abilità e leggerezza.
Una lezione di politica, senza ideologia.