Big Girls Don't Cry

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Regia e sceneggiatura di Maria von Heland

Recensione di Laura Modini

 

Raccolte 25 interviste tra ragazze berlinesi, la regista Maria Von Heland affascinata dall’argomento poco conosciuto, per non tralasciare neanche una parola delle giovani intervistate, dopo aver lasciato depositare nella sua mente le esperienze raccolte, ne trae un lungo racconto che le sintetizza tutte diventando emblematico di una generazione non solo tedesca.
La storia così creata intreccia le vite di tre diciassettenni nel momento di passaggio all’età adulta. Mente, psiche ma anche abitudini, pensieri, costume e consumo.
Ne scarurisce un’immagine piena di energia ma anche dolorosa, ricca delle incertezze di questo passaggio esistenziale cruciale; adolescenti indifese e arroganti sono abbandonate dagli adulti che non sanno che fare perché non conoscono il problema, non lo capiscono, non ne valutano la gravità e la possibilità di grande ricchezza spesso sprecata dai proprii atteggiamenti, giudizi sommari, incertezze offerte.
Intravedo negli atteggiamenti, nelle decisioni delle adolescenti che si muovono nel film, come dei “riti” di passaggio messi in atto per creare certezze forti che si rivelano poi senza senso e utilità rasentando perfino la crudeltà. Il sesso che dirompe viene usato troppo spesso con noncuranza o sprezzo, quasi sempre senza gioia alcuna, mentre ancora una volta gli adulti se ne distanziano terrorizzati, negandolo nelle proprie figlie.
Il film ovviamente estremizza sentimenti ed azioni: ma è necessario in una messinscena che racchiude una varietà ricca e differenziata di esperienze che vuole racchiudere.
Bravissime le tre interpreti che danno corpo sia alla fragilità adolescenziale che ad una sua saggezza spesso sconosciuta nelle giovani. La regista stessa, non so se consciamente, rende ancora, pure in figure maschili non negative, la misoginia dei ragazzi, che, pur in maniera meno pesante di una volta, è pur sempre presente nelle future generazioni maschili.