Amore che non scordo (L')

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Regia di Daniela Ughetta e Manuela Vigorita

Recensione di Francesca Comencini

 

Questo documentario colpisce, sorprende e entusiasma, ed è foriero di ottime notizie, sulla scuola, sul lavoro delle maestre e dei maestri, sui bambini e le bambine che popolano le nostre scuole elementari. E’ un documentario che con molta naturalezza, direi quasi “a passi di colomba”, ci parla di cose immense. Quella che forse mi ha colpito di più è la sua capacità di mostrare il rapporto che questi bambini e bambine intrattengono con il linguaggio. Essi sono letteralmente immersi nel “logos”, vi si aggirano come in “una foresta di simboli” e scelgono senza nessuna difficoltà quelli che preferiscono. In un’epoca in cui tutto sembra dettato dalle immagini, in cui i bambini e le bambine sembrano intrattenere un rapporto esclusivo e ossessivo solo con vari tipi di schermi, dai computer, alle playstation, dalle televisioni ai gameboy, scopriamo invece la loro naturale e magica inclinazione alle parole. Parole lette, parole scritte, parole dette. Certo, probabilmente questi bambini e bambine sono particolarmente ben guidati dalle loro maestre e dai loro maestri, ma l’impressione che abbiamo vedendo il documentario è che la loro risposta è immediata, naturale. Ci ricordano che siamo tutti creature del linguaggio, che in esso sta l’umano. Alcune scene mi tornano in mente, a qualche tempo di distanza dalla visione del documentario: il momento della lettura di gruppo ad alta voce, per esempio. I bambini e le bambine leggono tutti insieme, con grande piacere, le loro voci si mescolano e si arrampicano le une sulle altre con grande armonia. Per questi bambini leggere non è uno sforzo, non è un compito, è un grandissimo divertimento. La loro maestra ci dice che è uno scopo importante per lei, e il risultato è evidente. I bambini e le bambine di questa classe adorano leggere. Poi mi torna in mente il momento i cui, in un’altra classe, alcune madri sono invitate dal maestro a raccontare ai bambini e alle bambine momenti e ricordi delle loro nascite. Parole intime che diventano potenti, fondanti, perché condivise con i compagni e le compagne, che le ascoltano con grande serietà. L’emozione si struttura in parole, quelle delle madri, e diventando parole diventa anche trasmissione, eredità, possibilità di concepire il tempo futuro perché una madre dice loro qual è stato l’inizio, è guardiana di un momento, un tempo conservato nelle memorie sotterranee delle donne e che invece ora può essere detto, e che loro possono ascoltare. E ascoltano infatti, rapiti, profondi, attenti, intimiditi, illuminati. Parole che cuciono, aggiustano, ridanno la vita, parole di madri non più confinate al bisbiglio ma dette in una classe. Meraviglioso. Infine ripenso alle parole che i bambini e le bambine di quinta elementare scrivono su loro stessi, sul loro anno scolastico, e sul passaggio che stanno per affrontare accedendo alla scuola media. Ascoltando le parole di uno di loro, in particolare, non possiamo impedirci di pensare che stiamo assistendo alla nascita di una poesia. Sono parole complesse e semplici, misteriose, potenti, poetiche per l’appunto. Il bambino che le legge, con immediatezza, con naturalezza, sembra essersi addentrato, forse inconsapevole, molto profondamente nell’intricata foresta di simboli che è la lingua italiana, sembra averne attinto alla sorgente, averne colto l’essenza, averne rinnovato la forma, dandole un senso più puro, come fanno tutti i poeti, come magnificamente hanno fatto tanti grandissimi poeti italiani, come fa anche lui, Bogdan, bambino rumeno, alunno di una scuola italiana.
Viene da pensare al divenire di questi bambini e di queste bambine, alla loro adolescenza. Rimane, questo rapporto con le parole, negli adolescenti? O essi sono più estranei, più smarriti, più preda alla spaventosa pressione al consumo e all’afasia che da ogni parte li assedia? Probabilmente, osservandoli attentamente, come hanno fatto le autrici di questo documentario, avremmo anche da loro molte sorprese. E’ tempo di scoprire e di raccontare l’altra faccia di questo paese, la faccia positiva, propositiva, operosa, creativa, quella di queste maestre e di questi maestri, la faccia di tutti coloro che non fanno notizia, ma fanno miracoli.