Lourdes

Stampa

un film di Jessica Hausner con Sylvie Testud
Austria 2009 - Durata 99’

Recensione di Silvana Ferrari

 

Un film difficile, duro, Lourdes della regista austriaca Jessica Hausner, presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2009 e applaudito e apprezzato dalla critica e dal pubblico. Un film girato con la freddezza di un documentario  che sviluppa la trama interamente nella fiction.

Complesso per il tema trattato, quello dei viaggi verso i luoghi tradizionali  del pellegrinaggio cattolico, ‘i viaggi della speranza’ di milioni di malati;  per il particolare equilibrio mantenuto tra l’oggettiva osservazione e  il rispetto per quell’estremo concentrato di umanità sofferente ma speranzosa; per la cruda visione della  spettacolarizzazione affaristico-religiosa del culto e della fede cattolici.

Il luogo è Lourdes e il film segue una di queste comitive dal suo arrivo, accolta dai volontari dell’Ordine di Malta, alla sistemazione dei pellegrini, accuditi  costantemente  da sollecite crocerossine. Poi le loro giornate meticolosamente programmate, scandite da rituali ormai consolidati, con percorsi obbligati:  la visita  alla grotta dell’apparizione, il lavaggio dei corpi con l’acqua benedetta, la partecipazione alle messe, alle benedizioni collettive, alle fiaccolate e alla recita di rosari e di preghiere.  Organizzati anche I momenti di svago, sempre di natura religiosa, compresa la  festa conclusiva con l’elezione (!) del miglior pellegrino del viaggio.

Un esercito di persone, di carrozzine, di lettighe che ordinatamente partecipa a questa enorme fiera della speranza e della fede, che strazia chi vede il film, ma è gelidamente ripreso dall’occhio della regista.Tra loro, su una sedia a rotelle, si trova Christine, una giovane donna affetta da sclerosi a placche, malattia che le impedisce qualsiasi movimento tranne quello della testa. Non è lì spinta da una particolare fede. Il viaggio a Lourdes è una scusa più che altro per poter uscire di casa e per poter viaggiare, come candidamente confessa  ad un volontario,  precisando che quello organizzato l’anno precedente a Roma, era stato indiscutibilmente più bello e più interessante.

Attorno a lei corpi malati, ma anche tanti corpi sani, belli e vitali, quelli dei volontari  e delle crocerossine, che lei  ammira  con rassegnato desiderio mentre fra loro scorrono sguardi carichi di messaggi e di inviti amorosi, in espliciti giochi sessuali. E tra le  sue compagne  e compagni di comitiva scetticamente osserva la devozione piena di fervore dell’anziana signora che con lei condivide la stanza, la speranza disperata della  madre per la guarigione della figlia, i desideri di compagnia del vecchio solo in carrozzina, l’opportunismo  della fede di altre due signore e la rigida osservanza alle regole e ai riti della preghiera della capo-crocerossina.

Poi accade il miracolo, desiderato e agognato da tutti coloro che  sono  a Lourdes. Christine inizia a muovere le dita; con la mano che si alza riesce ad accarezzare la roccia della grotta, e poi le gambe si muovono e lei si alza e cammina. Gli sguardi delle altre persone  da compassionevoli si fanno invidiosi, gelosi e malevoli; scettici quelli dei medici e dei sacerdoti. Le domande che scuotono tutti - “Perché è capitato a lei e non a me o a chi ha più meriti o fede?” o  “Perché è permessa tutta questa sofferenza e questo dolore?” - non trovano risposte nemmeno nelle imbarazzate spiegazioni del sacerdote, divenute parole ormai fruste e obsolete sugli imperscrutabili disegni e progetti di Dio. Il miracolo resta un evento casuale, che non ha ragioni, quasi un momento di disordine, come tanti altri, come la malattia, le disgrazie e gli incidenti. Un evento in cui gli esiti, i risultati sono incerti. Ma è atteso, sperato e silenziosamente invocato.

Se a Christine sembra essere stata ridata la possibilità di condurre una vita ‘normale’,  forse vivere un amore, avere dei figli, la scena finale rimescola di nuovo le carte lasciandoci in una grande incertezza, in un mare di dubbi.

Girato direttamente a Lourdes nei luoghi di culto con grandi difficoltà, il film mette in scena prevalentemente figure femminili - mirabile tra le altre l’interpretazione di Sylvie Testud - in cui gli guardi, le espressioni dei visi, i piccoli gesti, l’immobilità dei corpi, seguiti puntigliosamente e dettagliatamente dalla macchina da presa, sono altrettanto efficaci e significativi dei dialoghi.

Jessica Hausner, regista trentasettenne, è al suo terzo lungometraggio dopo Lovely Rita(2001) e Hotel (2004).