Canto di Paloma (Il)

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La teta asustada - di Claudia Llosa con Magaly Solier
Perù/Spagna - 2009 - Durata 94’

Recensione di Silvana Ferrari

 

Un film sul dolore e la paura, la poesia e la musica, la realtà e la favola, quello di Claudia Llosa, vincitore dell’Orso d’Oro al 59° Film Festival di Berlino. Ma anche sulla vita e la speranza che porta in sé.

Fausta, la giovane donna protagonista, è stata nutrita e a sua volta si alimenta dei sentimenti della paura e del dolore. Li ha ereditati dalla madre che, incinta di lei, fu violentata, vittima insieme a migliaia di donne della sanguinosa guerra civile che travolse il Perù, fra gli anni ottanta e la fine del secolo scorso, in cui alle azioni della guerriglia i vari governi opponevano il terrore di una feroce repressione militare. Devastanti le conseguenze subite dalle popolazioni andine con la distruzione di interi villaggi.

Come racconta la madre, che conserva della violenza subita un ricordo vivissimo anche negli istanti prima di morire, Fausta insieme al latte aveva succhiato dal suo seno anche la paura e il dolore e, ancora nel suo ventre, prima di nascere, aveva sentito e vissuto tutto il suo terrore e la sofferenza inferta sul suo corpo. Così era nata malata, o meglio - come dicono i parenti - aveva la malattia della paura, una malattia dell’anima e non solo, perché Fausta per proteggersi dalla violenza maschile, ha inserito nella propria vagina un tubero di patata causandosi infezioni e sanguinamenti. Una barriera contro il mondo.

Fausta non coltiva in sé solo lo spirito della tragedia materna, si nutre anche di quello della poesia e della musica. Su ogni cosa inventa canzoni dalle melodie dolcissime che canta alla madre e a se stessa: lo fa per vincere e dimenticare la pena e la tristezza; li canta in quechua, l’antica lingua degli Inca.

Alla morte della madre, adempiendo a una promessa, vuole portare il suo corpo al villaggio natale. Se fosse possibile, seguendo il suo desiderio, quel corpo amatissimo se lo caricherebbe semplicemente sulle spalle, come la madre aveva fatto con lei da piccola. Invece, rispettando le regole, deve celebrare il funerale e organizzare il trasporto della salma, entrambi eccessivamente costosi. Fausta è povera e lo zio con cui lei è rimasta a vivere, nella baraccopoli alla periferia di Lima, non può aiutarla, impegnato com’è a soddisfare i desideri della figlia che sogna un matrimonio con tutti i crismi, in pieno stile kitsch, abito bianco con strascico compreso.

Fausta non sopporta l’idea che il corpo della madre sia sepolto nello squallido terreno polveroso che circonda la casupola dello zio, dove, sempre a imitazione del mondo dei ricchi, una fossa riempita d’acqua diventa una piscina in cui sguazzano felicemente alcuni bambinetti.

Vincendo la sua quasi paralizzante timidezza, per procurarsi i soldi che le servono, va a servizio da una ricca musicista, Aida, in crisi di creatività che, sorprendendola a cantare - lei canta sempre quando si crede sola per vincere la paura - le promette una perla per ogni canzone che è disposta a ricantarle. Le perle si accumulano per Fausta, mentre la musicista grazie alle sue musiche dà un concerto accolto con grande successo. La paura di dover riconoscere a Fausta, che per lei è solo una india semianalfabeta di cui non ha mai imparato il nome, i meriti delle suoi successi, spinge la donna a licenziarla la sera stessa in cui torna a casa dopo la trionfante esibizione. La giovane viene così derubata della musica e delle perle.

In queste scene il contrasto mostrato fra lo squallore in cui vivono gli indios nella periferia di Lima - casupole incompiute, muri a nudo grezzi, strade sporche e polverose che terminano in vicoli chiusi e bui in cui nemmeno l’erba ha possibilità di crescere - e le case ben protette della ricca borghesia cittadina, dai giardini curati e opulenti, è a dir poco sconvolgente.

Però qui il film potrebbe toccare anche il suo punto di non ritorno. Diventare cioè il solito racconto sulla vittima umiliata e offesa con drammatica, ma prevedibile soluzione finale.

Non è così, perché il percorso della protagonista è un viaggio metaforico verso la vittoria sulla paura e sul dolore. L’amore per la madre, unito al nuovo e crescente spirito di rivolta, e forse al nascente sentimento del timido giardiniere della villa - un uomo gentile e poetico -, spingeranno Fausta verso il riscatto da una condizione a cui sembrava predestinata e alla liberazione dalla paura. Una riconquista della vita sullo stato paralizzante creato dal terrore. Una notte ritorna alla villa e si riprende le perle; ricoverata in ospedale verrà liberata dal tubero; porta finalmente il corpo della madre al villaggio natale e lo seppellisce in un luogo incontaminato, di fronte al mare fra montagne altissime, vicino al cielo; accetta infine l’amore del timido e saggio giardiniere.

Un film di poesia e fantasia in cui il racconto cinematografico viaggiando tra sogno e realtà, leggenda e tradizione popolare, tipico anche di tanta letteratura latinoamericana, crea una mescolanza di situazioni felici in cui mondo reale e fantastico si uniscono in un perfetto equilibrio.

Una nota particolare va all’attrice protagonista, Magaly Solier, musicista e cantante molto popolare in Perù, autrice delle struggenti musiche che accompagnano il film.

Claudia Llosa, giovane regista peruviana alla sua seconda prova, è anche la sceneggiatrice del film.