Dio è donna e si chiama Petrunya

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Dio è donna e si chiama Petrunya

 

 

 

Regia: Teona Strugar Mitevska

Sceneggiatura: Teona Strugar Mitevska, Elma Tataragic

Montaggio: Marie-Hélène Dozo

Interpreti: Zorica Nusheva, Labina Mitevska, Simeon Moni Damevski, Suad Bevovski, stefan Vujisic

Produzione: Sistwer and Brother Mitecski, Entre Chien et Loup

Distribuzione: Teodora Film

Paese: Macedonia, Francia, Belgio,Slovenia, Croazia     Anno 2019     Durata  100’

 

Presentato in concorso all’ultima Berlinale con una notevole ed entusiastica eco di consensi, il film giunge in Italia passando per il Torino Film Festival che dedica alla regista macedone una personale programmando i suoi cinque lungometraggi fra cui Dio è donna e si chiama Petrunya.

Teona Strugar Mitevska, nata nel 1974 a Skopje dove vive, è una delle autrici più originali del panorama cinematografico contemporaneo. Oltre che regista è sceneggiatrice e produttrice dei suoi film. Insieme alla sorella Labina e al fratello Vuk ha fondato la casa di produzione Sisters and Brother Mitevski.

Nella religione ortodossa, in occasione dell’Epifania, il Pope lancia in un corso d’acqua una croce, gli uomini si tuffano per cercare di prenderla. La croce nella tradizione religiosa premierà il vincitore con un anno di fortuna e prosperità. È una cerimonia virile che mette alla prova il coraggio e la temerarietà degli uomini che si gettano nelle gelide acque invernali. Alle donne è vietato partecipare. Nel film Petrunya, la protagonista, è una trentenne depressa e disillusa perché, nonostante una laurea, le è impossibile trovare un lavoro, senza subire le molestie e i ricatti sessuali di chi quel lavoro le offre. Per caso o per volontà il suo cammino attraversa il corteo di quel rituale e lei, al richiamo del Pope, in un gesto forse inconsapevole, si tuffa e con il suo corpo possente e vigoroso conquista la croce.

Tutti le sono contro. Gli uomini della comunità che la ritengono un’eretica, una ladra e una bugiarda; l’intera gerarchia religiosa che cerca di manipolarla per farle restituire la croce; gli uomini dei vari apparati di potere perché il suo gesto mette in discussione il loro sistema patriarcale di dominio. Appare in tutti i telegiornali e nelle prime pagine della stampa suscitando forti reazioni. Ma lei è irremovibile, e con quella sua fisicità che riempie lo schermo e con lo sguardo di chi sa di essere nel vero, si fa  sempre più forte e convinta di fronte alle accuse, le minacce e alla generale condanna.

La regista passa con estrema abilità dallo stile comico, che arriva fino al grottesco, a quello drammatico. Un esempio di come possano convivere e mescolarsi queste situazioni è la scena dell’assedio, da parte di un gruppo di violenti sessisti, alla stazione di polizia, dove Petrunya è sotto protezione, in attesa della sentenza del giudice.

La stessa modalità è usata per lavorare sulla psicologia della protagonista. Una scena, in soggettiva sotto le coperte, la riprende come lei si sente: depressa, con un corpo goffo e ingombrante, incapace di relazionarsi con l’altro sesso, sottomessa a una madre giudicante e onnipresente e un’unica amica con cui confidarsi. La regista, però, alternando momenti di profonda solitudine a occasioni di estrema autoironia della protagonista, pone i limiti alla sua disperazione.

Il gesto di impossessarsi della croce genera in lei un cambiamento totale, una svolta decisiva: il suo sguardo, la sua prospettiva, il suo modo di essere si trasformeranno. Non più la donna asservita ai dettami familiari e sociali, ai canoni di una bellezza convenzionale, succube delle umiliazioni, dei pregiudizi e dell’ignoranza degli uomini. È la nascita di una nuova Petrunya forte, determinata, vitale.

Un film intenso, provocatorio, come un turbine, un vento nuovo che mette in discussione il potere e la visione degli uomini sul mondo. Lo sguardo della regista è lucido e il suo giudizio feroce, ma la speranza del cambiamento, come lei mostra, sta anche nelle rivolte personali, nei singoli gesti di ribellione.

Recensione di Silvana Ferrari