NINA

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NINA

Regia: Elisa Fuksas

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Del film di Elisa Fuksas, al suo esordio, colpisce l’uso della macchina da presa sugli ambienti: spazi deserti, enormi edifici vuoti, che sembrano vivere in un tempo indefinito, dominano le scene in cui si muovono i personaggi per raccontarne le vite in una calda estate romana. Collocare fuori dallo spazio animato e da un tempo vissuto la storia di Nina ha il significato di dare alla narrazione la potenza di un valore universale: perché la storia dell’esistere, dell’esserci, del decidere su che fare di sé, della propria vita e del proprio futuro, possono essere raccontati ovunque anche in una città dalle enormi architetture vuote e senza tempo, dalle strade deserte, collocata in un tempo che ognuno/a decide per sé.

Dalla formazione culturale della regista deriva la sua visione cinematografica e fotografica degli spazi urbani, spazi ripresi in modo da prospettare dimensioni diverse – a volte ingigantiti, altre volte quasi senza limiti, in una specie di continuità con la natura; palazzi classicheggianti con la vita che brulica accanto a loro, esplorati e frequentati da rare figure che appaiono  come piccole creature fra pietre gigantesche, ma che in mezzo a quelle pietre camminano, si siedono, parlano, si incontrano, giocano, cioè vivono.

E’   affascinante   la   capacità   di   Elisa   Fuksas   di   far   vivere   lo   spazio   trasformandolo   sotto   i   nostri   occhi, producendo   dalle   vecchie   immagini   che   ci   hanno   appena   abbandonato   nuove   suggestioni,   con   un movimento armonioso dei personaggi che abitano quegli spazi precedentemente vuoti e che la presenza umana trasforma esaltandone altresì .la solitaria immanenza. Un gioco continuo fra le persone e l’ambiente che esse abitano.

Insieme agli altri personaggi – forse immaginari o forse reali: un ragazzino folletto, un giovane uomo che la segue, l’insegnante di scrittura cinese – si muove Nina, figura indecisa, incerta sul presente e sul futuro. La sua paura di entrare nell’età adulta, lasciando e perdendo un mondo ancora fantastico, di gioco, per chissà cosa altro, per quella normalità fatta  di un lavoro, un fidanzato-poi marito e dei figli, è qualcosa che la blocca, la rende infelice e titubante di fronte a scelte che ad un certo punto comunque le si impongono.