Censored voices

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Regia di Mor Loushy – Israele/Germania 2015, 87’

 

Recensione di Silvana Ferrari

 

Scrivo brevemente alcune note sul film Censored Voices della regista Mor Loushy. Mi auguro che il documentario riesca ad avere una distribuzione in Italia e possa essere di conseguenza visto anche fuori dai ristretti circuiti festivalieri. La mia è anche una richiesta, a nome dell’Associazione Lucrezia Marinelli, rivolta a chi avesse notizie o indicazioni in merito alla possibilità di poterlo acquisire e farlo circolare.

Il documentario Censored Voices della regista israeliana Mor Loushy si basa sulla registrazione di interviste a soldati israeliani tornati dal fronte dopo la Guerra dei Sei Giorni del ’67 che, con la conquista di Gaza, la penisola del Sinai, parte delle alture del Golan e Gerusalemme Est, cambiò geograficamente e politicamente l’assetto mediorientale.

Le interviste furono realizzate una settimana dopo la fine del conflitto dallo scrittore Amos Oz e dall’editore Avraham Shapira e solo per una minima parte di esse fu autorizzata la pubblicazione, il resto fu censurato dall’esercito. Il libro uscì, nell’edizione inglese, con il titolo The Seventh Day.

Il film, presentato al Sundance Festival, alla Berlinale 2015 e al Milano Film Festival del settembre scorso, mostra integralmente e per la prima volta quelle voci censurate alternandole a filmati di repertorio ed è il frutto di un lungo e difficile lavoro di ricerca durato tre anni su materiali d’archivio e su reportage dell’epoca.

Quando la regista, da studentessa, facendo una ricerca di storia, si imbatté nel libro fu immediatamente colpita dal tono differente dei racconti dei soldati rispetto alla retorica eroica dei vincitori riportata nei testi scolastici. Le “voci censurate” raccontavano una realtà differente da quella tradizionalmente propagandata da governo e politici sui temi della protezione delle frontiere e sulla difesa dello Stato di Israele.

Nel filmato sono mostrati gli uomini che allora furono soldati mentre ascoltano in silenzio le loro voci. Una scelta simbolica a significare il silenzio che dal ’67 cadde sulle loro testimonianze che parlano di massacri, di evacuazione di interi villaggi, di uccisioni di civili inermi. Alcuni rimarcano che si identificavano con il nemico, altri paragonano se stessi ai nazisti, altri ancora, ampliando il paragone alla Seconda Guerra Mondiale, si vedono come gli aggressori.

Una voce dice: “Erano civili. Ma io non pensavo a quello. Pensavo solamente: uccidili, uccidi ognuno che vedi”.

Un’altra: “Nessuno di noi era un assassino, nella guerra lo diventammo tutti”.

Negli ultimi minuti solo alcuni commentano e uno dice: “Sono diventato meno sionista, meno patriottico, meno credente”. Un altro ancora: “Ero convinto che la pace fosse in arrivo dopo la guerra. Ero molto ingenuo”.

Ciò che ha spinto la regista alla realizzazione del documentario, pur nella consapevolezza che temi così esplosivi nel suo paese avrebbero incontrato innumerevoli ostacoli e una feroce opposizione, fino alle accuse di tradimento, è stata la convinzione, che condivide con Amos Oz, sulla necessità di mostrare la verità della guerra insieme al forte desiderio di un futuro diverso: “Credo che mio figlio di due anni e mezzo, abbia bisogno di un altro futuro in Israele. Sto lottando per un futuro diverso, per un futuro migliore – di pace e di due stati fianco a fianco o per qualsiasi altra soluzione. Non voglio continuare a essere in questo cerchio di sangue. Credo che gli Stati democratici dovrebbero essere trasparenti nella loro storia. Se questo film è una parte di questo, allora io sono orgogliosa di far parte di questo”.