Suffragette

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Regia di Sarah Gavron – Gran Bretagna 2015, 107’

 

Recensione di Silvana Ferrari

La causa del voto alle donne, in Inghilterra, era dibattuta da quasi quarant’anni e il movimento per il suffragio femminile, organizzato da donne e uomini, era diffuso e vivace nelle grandi città industriali come nei piccoli centri – manifestazioni, petizioni, sostegno a progetti di legge – quando Emmeline Pankhurst, le figlie Christabel e Sylvia e altre militanti fuoriuscirono dal Partito Laburista e dal Women’s Suffrage Society e fondarono il 10 Ottobre 1903 la Women’s Social and Political Union.

Il loro fu un gesto politico di ribellione «per rivendicare l’immediata emancipazione, non con i soliti metodi da missionarie, ormai superati, ma attraverso l’azione politica» (*) e in opposizione ai metodi dilatori con cui i partiti politici e di governo portavano avanti il voto alle donne.

Le fondatrici nell’atto costitutivo deliberarono di restringere l’iscrizione alle sole donne e di mantenersi totalmente indipendenti da ogni formazione partitica. Il loro motto era «Fatti e non parole».

A questo motto tennero fede per tutti gli anni di esistenza dell’associazione. Indomite, determinate, coraggiose, fiere, mai piegate o succubi, per dieci anni combatterono le loro battaglie anche a costo di grandi sofferenze fisiche e psichiche. Derise, picchiate, sottoposte al carcere duro, all’isolamento e all’alimentazione forzata, mostrarono a una società perbenista, sessista e patriarcale come un desiderio e un progetto di libertà e di giustizia politica e sociale potessero mettere in moto migliaia di donne di ogni classe sociale.

La loro pratica, che andava dai cortei e dalle manifestazioni in cui innalzavano gli immancabili cartelli Votes for Women, agli interventi e alle interruzioni di pubblici dibattiti dei partiti di governo e di opposizione; dal disturbo programmato delle sedute parlamentari e di quelle del Consiglio dei Ministri, alle marce su Westminster, Downing Street e Buckingham Palace violentemente bloccate dalla polizia, si radicalizzò a partire da 1912. Non che negli anni precedenti le loro azioni, per tenere alta l’attenzione sul suffragio femminile e mantenere la pressione sul governo, partiti politici e sulla stampa, fossero venute meno. Già nel 1908 erano iniziate, anche se sporadicamente, le distruzioni di finestre di edifici pubblici, ma solo nel 1912 divennero una pratica di protesta diffusa insieme all’incendio di cassette postali, al danneggiamento dei campi da golf frequentati dai politici liberali e di alcune proprietà di ministri.

È proprio dagli eventi del 1912 che prende l’avvio il film Suffragette di Sarah Gavron e sceneggiatura di Abi Morgan (The Iron Lady su Margaret Thatcher, Shame, Brick Lane).

Il film, un bell’incastro fra Storia e finzione, ha come personaggio guida Maud (splendidamente interpretata da Carey Mulligan) che concentra in sé le caratteristiche di una donna operaia degli inizi del Novecento. Orfana, dall’età di sette anni lavora in una lavanderia; ha subìto da adolescente, come molte altre, gli abusi del direttore; è sposata e madre di un bimbo che ama teneramente e che cura al meglio. Incrocia per caso il movimento della W.S.P.U. di Emmeline Pankhurst e aderisce attivamente alle loro idee vivendole come unica possibilità per realizzare un futuro di dignità e di giustizia per sé e per le altre donne; subirà insieme alle altre militanti l’esperienza traumatica della repressione poliziesca e del carcere.

La costruzione di una figura di donna proletaria che faccia da mediazione con le altre protagoniste storiche – Emmeline Punkhurst (una breve, ma splendida apparizione di Meryl Streep), Emily Wilding Davison (Natalie Press), Barbara Ayrton Gould (Helena Bonham-Carter) e Violet Miller, amica di Maud, ispirata alla vita di Hannah Mitchell – risulta interessante e convincente nel far convivere storia e finzione, senza eccessive manipolazioni, quando il film passa dalla vita privata a quella pubblica, dalle emozioni personali alla passione politica e anche per testimoniare per la prima volta – come evidenzia Emmeline Punkhurst nella sua autobiografia Suffragette. La mia storia – la forte presenza di donne proletarie e operaie nel movimento come la leader Anne Kenney.

La valenza del film, che si giova di un’ottima ambientazione storica e di una precisa e accurata ricostruzione sociale nonché di un cast stellare, è di porre in scena l’essere politico del corpo delle donne come testimoniarono nelle loro azioni le militanti della W.S.P.U. Corpi di donne considerati fragili, spogliati dai loro decorosi abiti e gettati in sudice e gelide prigioni, umiliati nelle divise sporche dei criminali comuni, oltraggiati dalla violenza dell’alimentazione forzata quando decidevano di digiunare per i maltrattamenti e le ingiustizie delle sentenze; corpi resistenti quando venivano aggrediti e picchiati ferocemente dalla polizia, su ordine di capi di governo e di ministri misogini, impauriti dalla volontà delle donne di essere dei soggetti politici.

La potenza empatica delle immagini, esaltate dall’uso della macchina da presa a spalla, si fa determinante nel superare la distanza di oltre un secolo fra la storia del movimento delle suffragette negli anni roventi del 1912-1913 e la nostra, quella del movimento delle donne di oggi.

Il film si chiude sulle drammatiche riprese di archivio dei funerali di Emily Wilding Davison, simbolicamente a mostrare che un’epoca finiva mentre voci di guerra risuonavano per l’Europa. Nel silenzio del muto scorrono in bianco e nero le scene di migliaia di donne che accompagnano la bara, fra ali di una folla attonita. Erano state precedute dalle sequenze al rallentatore dell’impatto con il cavallo e lo stendardo viola, verde e bianco per il suffragio sul terreno a fianco del corpo della giovane.

Suffragette uscirà in Italia l’8 marzo 2016.

Solo un altro film racconta il movimento delle suffragette americane ed è Angeli di acciaio di Katja von Garnier, del 2004.

(*)Emmeline Pankhurst, Suffragette. La mia storia, Castelvecchi