E' arrivata mia figlia

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È arrivata mia figlia

Regia di Anna Muylaert

 

Recensione di Silvana Ferrari

 

Se l’amore materno, quell’amore generativo, primariamente creativo e trasformativo ha ricevuto ampiamente le sue rappresentazioni nel cinema, l’amore di una figlia, non solo quello dato nelle forme di restituzione e riconoscenza, ma il sentimento capace di essere anch’esso generativo e trasformativo, ha avuto, sempre cinematograficamente parlando, rari esempi di narrazione.

Ricordo film come Castellana Bandiera di Emma Dante, Il Canto di Paloma di Claudia Llosa, Tra cinque minuti in scena di Laura Chiossone e sopra tutti Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.

Accade ora nel bel film della regista brasiliana Anna Muylaert che, nelle forme lievi e apparentemente briose della commedia, pone al centro una relazione madre-figlia capace di produrre cambiamenti radicali, materiali e di ruolo, in entrambe.

Ambientato in una borghese villa di S. Paolo, dove Val è domestica con funzioni di vice-madre del figlio della ricca e indifferente coppia dei suoi padroni, il film in poche e rapide scene inquadra immediatamente il sistema di rapporti di lavoro e la rigida divisione di classe e sessista vigente ancora oggi in Brasile.

L’arrivo di Jessica, figlia di Val, vissuta con i parenti nel lontano nordest e giunta in città per sostenere l’esame di ammissione all’università, mette in moto una serie di dinamiche che producono incisive incrinature sulla presunta, ordinata, stabilità della vita quotidiana della famiglia e dei suoi rapporti con la domestica.

Madre e figlia, dopo anni di lontananza, fra momenti di forti conflitti e di sincere rivelazioni, riprendono in mano una relazione da entrambe riconosciuta vitale e generatrice di scambi vantaggiosi.

Nella madre parla la forza dell’esperienza, ma anche quella della rassegnazione e dell’accettazione, mentre nella figlia a prevalere è il desiderio potente di affermazione di sé, di una vita e un futuro liberamente creati, perché per la sua generazione la libertà femminile ormai c’è, è in giro, gira per il mondo – e gira anche in Brasile – respirata insieme all’aria, acquisita come si acquisiscono le belle cose a lungo desiderate.

Per Val, il reciproco scambio di esempi di libertà conquistate ha il senso di produrre una rivoluzione nei comportamenti e nei ruoli fino ad allora accettati e anche nel suo sguardo sulla figlia – non più una sua appendice, anche nei modelli di comportamento da riprodurre –, ma una giovane donna di valore con cui intrattenere una relazione portatrice di novità e di reciproci guadagni. Per Jessica ha il significato di accettare l’amore materno, da cui lungamente è stata separata, che con tutti i suoi ingombri è comunque in grado di evolvere in forme dalle generose prospettive.

Per madre e figlia ha il senso di un ritrovarsi, un riconoscersi: due donne fuori dai tradizionali ruoli di dipendenza, per scambiarsi forme di libertà.