Diamante Nero

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Diamante nero – Bande de filles

Regia di Céline Sciamma

 

 

Recensione di Silvana Ferrari

 

Dopo la positiva affermazione di Tomboy (2011) Céline Sciamma torna al tema a lei caro dell’adolescenza e in particolare al momento in cui essa sta per finire. Protagoniste quattro ragazze che cercano di trovare la loro strada per vivere liberamente le loro vite. Ciò che alla regista preme mettere in scena, come nei film precedenti, è «l’agitazione del desiderio, la forza della femminilità e la necessità di sfuggire a un destino prestabilito», in un pressante bisogno di ricerca di identità.

Prestabilito sembra esserlo il destino di Marieme, Fily, Adiatou e Lady, sedicenni francesi, figlie di immigrati africani, nella banlieue di Bagnolet o di Bobigny vicino a Parigi, dove la fatica di crescere, di per sé già difficile e dolorosa, in questo contesto si misura con la miseria materiale, culturale e di relazioni. Relazioni che nel quartiere sono prevalentemente di potere: i ragazzi sulle ragazze, gli uomini sulle donne tutte – e sopra loro i boss della malavita; in famiglia il controllo violento rdei padri e, in loro assenza, quello dei figli e dei fratelli su madri, sorelle e fidanzate.

Le reazioni di Marieme alla notizia dei suoi scadenti risultati scolastici, che preludono a un immediato futuro di miserabili lavori che ben conosce, e l’incontro con le altre tre ragazze sono la molla del suo cambiamento. Lei che inizialmente appare docile, mansueta, sottomessa diventa nella banda Vic, diminutivo di Victory, e il cambiamento non è solo negli atteggiamenti e nell’abbigliamento, è anche fisico, del suo corpo.

Il film mostra le varie fasi in cui matura la consapevolezza di quello che la nuova Vic vuole per sé.

Le scorribande nei centri commerciali, in metropolitana, le provocazioni verbali con altre giovani, la notte in una stanza d’albergo passata a sognare e a cantare Diamonds di Rihanna sono per le quattro ragazze la loro forma di ribellione, di affermazione e di separatezza dal presente quotidiano. Esaltanti, di fatto piccole e ambigue trasgressioni. Per Marieme-Vic diventano le occasioni e i momenti del suo percorso di trasformazione verso l’età adulta. Un passaggio incerto – come incerta ancora è la ricerca di sé, di ciò che ritiene importante –, che vuole comunque percorrere e costruire in autonomia e in libertà. Via dalle regole malavitose del quartiere e del fratello, via anche dall’innamorato Ismaele, gentile, non violento, con cui vivrebbe comunque situazioni e un futuro da cui vuole fuggire.

Girato con un bel ritmo, sostenuto da una vivace colonna sonora, il film trasmette energia e speranza. Ottimamente recitato da un cast non professionista, ha una fotografia ricercata dove la predominanza dei toni dell’azzurro contrasta scenograficamente con i corpi delle ragazze.

Un buon film sull’adolescenza – non giudicante – da accostare ad altri: 17 Ragazze di Delphine e Muriel Coulin (2011) e Foxfire (2012) di Laurent Cantet dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates.