Segreto (Il)

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Regia di Virginie Wagon

Virginie Wagon è nata nel 1965. Ha una laurea in materie economiche. Inizia a lavorare come giornalista free lance realizzando reportages per delle agenzie di stampa e documentari per alcuni canali televisivi. Da questa esperienza ricava una grande passione per la scrittura. Dal 1995 scrive sceneggiature per tre film di Eric Zonca. Gira prima di questo film un cortometraggio “Grandir”, ben accolto dal pubblico e dalla critica.

Con “Il segreto” la regista si mette in gioco. Non è a caso che la protagonista del film ha 36 anni (come la regista), è felicemente sposata (e Virginie è la compagna da molti anni di Eric Zonca), con un figlio, un lavoro più che soddisfacente. E’ una donna libera, moderna.

Da questi dati parte la storia, difficile da raccontare e da comprendere fin da sembrare quasi pretestuosa.

Non si tratta di semplice adulterio, prevedibile nel suo procedere e spesso censurato nella norma corrente. Ma non è così, o non così semplicemente. Il nodo della storia è grande, ingombrante, non previsto, dicibile finalmente dopo questi anni di lotta e presenza economica, sociale ma anche individuale delle donne: la libertà sessuale femminile.

La regista esplora in profondità un disagio che la protagonista vive: sente e soffre di un bisogno che non viene soddisfatto. Sente un desiderio che non ha ancora cittadinanza: il suo corpo ignorato ha bisogno di risveglio, di richiami, di piacere semplicemente.

Proprio da una regista abituata ad usare parole, e anche bene, ci viene un film che usa con grande attenzione l’immagine e meno, molto meno le parole.

Abbiamo così che tutto il racconto della relazione extraconiugale non usa parola, parlano i corpi. Questo per meglio esprimere il piacere ritrovato in una relazione istintiva, sessuale, tenera, tesa alla scoperta di nuovi territori, alla ricerca disperata di un sé fisico.

Il segreto non si può dire, il nascondersi, l’essere clandestino implica il silenzio nel quale si può espandere e ricostruire un’immagine di sé con chiari i propri bisogni.

Anche lo svelamento dell’adulterio al marito non usa parole, niente dialogo: il corpo parla, coperto di tracce strane, fresche di un desiderio appena soddisfatto. E l’effetto è semplice, disarmante, durissimo.

Trovo veramente notevole questo film, ricco di trovate di regia, soluzioni visive, dove la parola è resa all’essenziale. La regista con il suo sguardo ci rende partecipi del bisogno indicibile di una intimità che esplorata, dichiarata, porta a salvare il rapporto matrimoniale, ridefinendo ruoli, bisogni, desideri e libertà.

Ottima la protagonista, e ancor più azzeccato l’amante, enorme, immenso, primitivo, tanto in tutti i sensi, con una grande dose di simpatia, di umanità e infinita tenerezza.

Anche il marito, disarmato, incerto, rende bene l’imbarazzo di essere uomini per le donne che oggi finalmente fuggono da definizioni e ruoli che non le prevedono come persone sessuate e libere.

 

Recensione di Laura Modini