Mio domani (Il)

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                                                                             Regia di Marina Spada

                                                                         Recensione di Silvana Ferrari

 

Raccontare la vita di una donna non è cosa semplice, anche se a farlo è un’altra donna. Le parole formano frammenti di un discorso, mentre le immagini sembrano sfuggire di fronte all’urgenza di dar loro rappresentazione.

Marina Spada fedele a se stessa,  a quello che ama e che l’appassiona, lo fa evitando le soluzioni comode. La sua è una ricerca  e le difficoltà sono tante quando si  pensa a come mostrare l’indicibile dentro la vita di una donna. L’aiutano la pulizia delle immagini, il rigore della narrazione e il distacco che impone a chi guarda.

L’interpretazione di Claudia Gerini, nel ruolo di Monica, così asciutta ed essenziale -non un gesto in più del necessario, l’espressione quasi sempre neutra – contribuisce a mantenere la separatezza nei confronti del personaggio, a risaltarne il senso di vuoto e di solitudine.

Insieme alla protagonista c’è una città, Milano, splendidamente fotografata nelle nuove  geometrie dei nascenti quartieri che, con i loro spazi rigorosamente delineati, sottolineano e amplificano la sensazione di straniamento. E, sopra tutte queste improbabili architetture, il cielo, vario e intenso, che riempie lo schermo e fa allargare lo sguardo.

Monica è una donna del nostro tempo. Per una lunga parte del film è raccontata attraverso le sue azioni. Un lavoro importante che la assorbe quasi completamente, una bella casa, un padre anziano  da andare a trovare in campagna, una sorella da aiutare finanziariamente, un nipote adolescente con cui condividere del tempo, qualche freddo rapporto di sesso con il suo capo e con un giovane collega del corso di fotografia. La vediamo muoversi con agio nei corsi di formazione ai manager: sottolineare frequentemente la positività del vuoto,  usare le parole dell’azienda, il linguaggio degli affari.

Di Monica non sappiamo altro, ci sfugge la sua essenza, il suo essere.  Le numerose immagini con le figure tagliate, primi piani di corpi a cui manca la testa, lo suggeriscono.

La svolta, il  cambiamento è in un’unica e breve scena. Dopo la morte del padre e il verificarsi di una catena di eventi limite, Monica parla della madre. Con poche frasi racconta di come l’ha abbandonata da bambina, per inseguire un suo sogno, e del suo dolore e dell’odio, alimentato per anni dal padre.

Recuperare quella parte di sé negata,  ricomprenderla in sé, accettarla, riconoscersi e riconciliarsi con la figura materna e con la sua esperienza, producono la sua rinascita. E contemporaneamente la separazione dal giudizio e dall’universo paterni.  Il suo ritrovarsi genera  tutto un fluire di eventi inarrestabili,  di scelte di libertà, nel lavoro e nelle relazioni con la sua famiglia e con gli uomini. L’autoscatto a figura intera con i profili delle colline alle spalle –  un paesaggio familiare costantemente anteposto a quello cittadino – è significativo del suo cambiamento.

Le ultime scene sono una metafora, il ricongiungimento simbolico con i desideri della madre e con una genealogia femminile che porta fino ad Atena, “nata dalla testa di un dio, ma con i piedi sulla terra”.

I versi di Antonia Pozzi scorrono in chiusura:

Se chiudo gli occhi a pensare / quale sarà il mio domani,/ vedo una larga strada / che sale/ dal cuore di una città sconosciuta/ verso gli alberi alti/ di un antico giardino.

Di Marina Spada, regista milanese indipendente,  ricordo: Forza cani (2002), Come l’ombra (2006), Poesia che mi guardi (2009).