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                                                                             Regia di Ursula Meier

                                                                      Recensione di Antonella Nappi

Al circolo della rosa vedo il film: “ Home” della regista svizzera Ursula Meier. La presentazione fatta dalla associazione di donne che raccoglie film di registe ( Lucrezia Marinelli ) pone l’attenzione sulla obbligatorietà del potere della madre ma io sento più forte per me un altro messaggio: vedo materializzarsi la mano potente della logica speculativa sulla umanità, quella che la intende come forza di mercato, di consumo, fonte da manovrare per succhiare ricchezza e dove i sentimenti e gli sforzi delle persone non contano niente. Vado allora a cercare quale sia il pensiero dell’autrice nelle sue interviste (e l’impressione che del film hanno avuto critici e spettatori). Mi rendo conto che il pregio del film è mostrare entrambe le cose le cose e spiegarle nel loro essere contrapposte dalla frattura che c’è tra vita, relazioni, appartenenza ai propri desideri e capacità e le scelte della società che privano i singoli di ogni partecipazione e riflessione comune.

 Ursula Meier dice : “Viaggio in macchina, ho visto delle case sul bordo dell’autostrada e mi sono detta che sarebbe stato interessante rovesciare il punto di vista”. Nel film l’autostrada di fianco a casa resta incompiuta per dieci anni e una famiglia  affettuosa continua ad abitare in campagna in una posizione isolata. Se la figlia maggiorenne ha voglia di andarsene all’opposto la madre trova spazio e agio nel condurre il lavoro famigliare. Un giorno l’autostrada diviene operativa, il rumore è insostenibile e la presenza alienante. Prima di fuggire il gruppetto resiste, poi si isola fino a rischiare l’asfissia.  “ Ho voluto raccontare la famiglia in quanto valore essenziale per gli individui ma è possibile leggere il film anche come una storia ambientalista, ecologista o sociale, con questa famiglia invisibile al resto della società, agli occhi degli operai ( che lavorano all’autostrada ), agli automobilisti.”.  “ E’ stata una scelta teatrale mostrare la famiglia particolarmente isolata nel territorio e quindi vederla vivere guardando il mondo con una certa distanza. Per poi assistere al suo essere travolta dalla presenza degli altri”. Assistiamo al conflitto impari tra la società dei tanti, della velocizzazione, delle grandi opere che sommergono la vita dei singoli e la necessità dei legami che le persone creano tra loro e con le cose. La madre non riesce a cedere alla volontà “pubblica” che la scalza, ha un crollo di nervi; il marito non vuole imporsi su di lei, ne abbandonarla; si chiudono così in trappola senza saperlo: “succede così a chi è vittima dell’attaccamento a schemi mentali che sono di colpo divenuti da buttare e non riesce ad avere una percezione del da farsi più libera” dice Alfonso con cui ne parlo.

 Per la critica Home “ è l'affresco grottesco di un mondo che cambia tanto in fretta da non permettere all'uomo (e sembra letterale) di restare al passo con i tempi e anzi mostra di affogarlo nella sua stessa voglia di fare e di essere”; “la follia di questa famiglia rappresenta l'umanità in cerca di una sua collocazione nel mondo: non si possono difendere dall’invadenza e sono costretti ad aprirsi ad esso”. E’ la donna da sempre a gestire “ le relazioni che sono in competizione con l’attrazione esercitata dalla società ”, questo dice la Meier;  nel film la madre non sa fino a dove può insistere nel contrapporsi, e quanto può rilanciare invece la sua capacità nel continuo doversi adattare ma “ la forza di liberarsi la si trova in un colpo solo quando si è schiacciati”.  E sarà proprio la madre, risollevandosi come da un sonno profondo, a decidere coraggiosamente di uscire dalla tana, scrive uno spettatore.

La Svizzera per prima impiegò i ripetitori delle onde radio dei cellulari e da Zurigo venne la prima lettera che conobbi, negli anni ’90, che denunciava i danni alla salute provenienti dall’elettromagnetismo. Era inviata da  un ingegnere italiano a Repubblica, diceva d’essere costretto a dormire in cantina, poi a cercare le valli non raggiunte dalle onde per potersi sottrarre ai dolori della falsa artrosi ( nel suo caso questa era la risposta del corpo ). Ora le malattie della elettrosensibilità sono riconosciute e in qualche paese Europeo mutuate  (vedi il documentario di Reporterort 2008, Wi-Fi , rintracciabile su you tube primavera 2008). Sempre in Svizzera ci furono i primi paesi ad organizzarsi per combattere il moltiplicarsi dei ripetitori che segue l’aumento delle comunicazioni telefoniche indotto dall’assenza di fili. Ci vorranno venti anni perché si cominci a tornare indietro: al fili; come oggi si è iniziato a ridurre l’uso delle automobili ( che hanno diffuso il cancro) in favore dei mezzi pubblici e della bicicletta.

Negli anni ’60 e ’70 si conoscevano le avvertenze a non avvicinarsi troppo alla televisione, a non dormire con la radiosveglia vicino alla testa, io addirittura incontrai la maestra di ginnastica che mi fece rinunciare all’orologio a pila per la potenza destabilizzante che aveva sulla forza del braccio. Il mercato elettromagnetico in questi anni ha sgominato qualsiasi riguardo della popolazione per la sua salute perché è forte l’attrazione dell’oggetto potente e della ideologia che assegna un potere demiurgico al mercato e alla ricerca tecno-scientifica. Anche le donne ne sono succubi e il comportamento quotidiano indotto dall’oggetto e dal consumo ribadiscono il valore degli automatismi (della spensieratezza).

La vita familiare è asfittica se tutto l’amabile viene concentrato lì dentro, e quella sociale diviene sempre più disumana, è mescolandole che tutto cambia e le donne lo fanno ma non abbastanza. La competizione del “restiamo umani” deve insinuarsi nei comportamenti e nei consumi, è urgente demistificare il potere tecno scientifico.