E ora dove andiamo

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Regia di Nadine Labaki  

Recensione di Silvana Ferrari

 

E’ un film sulla potenza delle donne, sulla loro forza e creatività, sull’ingegno e la  capacità di trovare soluzioni e di mettere in moto idee e processi di cambiamento: insomma tutto quanto esse sono in grado di porre in atto per migliorare lo stato delle realtà in cui si trovano a vivere, comprese  quelle doti di mediazione, grazie alle quali certe situazioni non degenerano in forme violente di conflitto.

Questo mostra Nadine Labaki nel suo ultimo lungometraggio di cui è regista, sceneggiatrice e attrice; di lei avevamo apprezzato l’esordio con Caramel.

E’ un film corale che ha l’audacia di tenere insieme in modo equilibrato  vari generi – commedia, dramma, musical – comunicandoci l’idea forte che le donne, come le protagoniste del film, possono diventare artefici della loro vita e cambiare le situazioni in cui sono viste e raccontate sempre e solo come vittime.

In un villaggio isolato fra le montagne,  dove un ponte semidistrutto permette l’unico collegamento con il resto del paese - nel film non è espressamente detto ma si tratta del Libano -, le donne mettono in atto una serie di strategie per distogliere gli uomini,  sempre pronti ad infiammarsi, da un nuovo probabile conflitto. Il paesino, abitato dalla comunità cristiana e da quella musulmana, è riuscito, grazie al suo isolamento, a vivere in pace per alcuni anni. Le notizie provenienti da fuori di nuovi scontri e la morte di un ragazzo, potrebbero riaccendere le tensioni.

Per le donne è l’ora di agire. Le loro strategie politiche sono quelle apprese nell’esperienza delle relazioni quotidiane. Ciò che interessa è porre fine all’interminabile scia di lutti che colpisce il villaggio, che priva le madri dei  figli. Esse non sono più disposte a condividere il mondo con uomini incapaci di tessere relazioni di pace, di libera e serena convivenza.

Rappresentare temi di così intenso impatto emotivo in forma di commedia, anche coraggiosamente autoironica, è stata una buona scelta della regista, intenzionata a mostrare come questo genere sia congeniale a dar rilievo a quella forza femminile che quotidianamente si rinnova per vivere e dare la vita.

I momenti altamente drammatici sono immediatamente ripresi e fatti fluire in scene più calme e tranquille. Lo scopo del film non è la drammatizzazione di una situazione di per sé già drammatica, ma la rappresentazione dei pregi e dell’enorme ricchezza che le donne mettono a disposizione dell’umanità con la leggerezza, l’audacia e la vivacità che le caratterizza.

Commuove sentire nella regista il medesimo spirito indomabile che nutre le donne da millenni, quell’ostinata testardaggine che le  fa andare avanti sempre e che costituisce l’inarrestabile flusso della vita.

 

Recensione Silvana Ferrari