E ora parliamo di Kevin

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Regia di Lynne Ramsay 

Recensione di Silvana Ferrari

 

Nel microcosmo di una famiglia dell’upperclass newyorchese – espressione alta dell’intellettualità, e anche dell’autorità e della realizzazione delle donne nella società americana - si consuma un dramma dalle valenze mitiche nella messa in scena di  un rapporto madre-figlio. Rapporto su cui il patriarcato ha simbolizzato una tradizione, una cultura, una religione. Uno schema socioculturale che il femminismo, a partire dagli anni sessanta ha contribuito a modificare affinché ogni donna si situasse liberamente rispetto a sé, conquistando il senso di esistere e di sentirsi esistere, vivendo il senso libero della differenza sessuale. 

Il ribaltamento della rappresentazione e della  costruzione simbolica del culto e dei tabù sulla maternità fa di E ora parliamo di Kevin, ultimo lungometraggio della regista scozzese Lynne Ramsay, tratto dal romanzo della scrittrice Lionel Shriver, una miscela esplosiva e un’opera di forte coinvolgimento emotivo. La tradizione che mette in scena l’autorealizzazione delle donne come madri si scontra qui con l’assenza, nella protagonista Eva, dell’istinto e dell’amore materni a cui le si contrappone specularmente l’odio del figlio Kevin.  Un cortocircuito diabolico e perverso. Se in Eva a prevalere è il senso di colpa e di inadeguatezza - alimentato dal desiderio di mostrarsi sempre una madre buona e compiacente -, sul rifiuto del figlio e sulla convinzione che in lui la struttura caratteriale sia già formata, in Kevin predomina la forza del ricatto per ferirla, rifiutarla, allontanarla.

Il rischio, nella  rappresentazione di simili dinamiche, di scivolare su un terreno colpevolizzante per la madre, è piuttosto alto. Il film vi rifugge tratteggiando una figura materna - l’interpretazione di Tilda Swinton è magistrale - ricca di sfaccettature, di luci e ombre, nel distacco emotivamente consapevole dal figlio e negli sforzi, vani,  per arrivare ad un contatto con lui.

La narrazione procede attraverso continui flashback e salti temporali, una sorta di autocoscienza che Eva impone a se stessa, ricordando i momenti della vita di Kevin e della propria, prima e dopo la sua nascita, in un crescendo di tensione che prepara chi guarda alla non ovvia conclusione. Al suo fianco una figura paterna del tutto inesistente.

Le scelte di regia , rispetto al romanzo, rendono la storia ancora più intensa: il montaggio dà ritmo ai continui spostamenti temporali e spaziali,  l’uso simbolico dei colori,  l’accurata ambientazione, le raffinate e ricercate immagini alimentano l’impatto emozionale.

Al centro del film un rapporto indissolubile nonostante tutto. Nato su un non desiderio – Eva è un’affermata scrittrice e viaggiatrice quando resta incinta e non è del tutto convinta di volere un figlio, al contrario del compagno -, cresciuto sull’ambivalenza dei sentimenti materni, e corrotto dai comportamenti del figlio fino alla loro più tragica messa in scena, di cui la madre prende su di sé le pesanti e terribili responsabilità.

 

Recensione di Silvana Ferrari