Donne senza uomini

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Donne senza uomini

 Regia di Shirin Neshat

Leone d’Argento – Festival di Venezia 2009

 

In Donne senza uomini, primo lungometraggio della visual artist iraniana Shirin Neshat, la potenza simbolica dell’immagine si impone fin dall’inizio come protagonista assoluta. A catturare l’attenzione non è infatti la sceneggiatura del film ma la poesia delle metafore visive che si susseguono sullo schermo. L’occhio fotografico della Neshat, celebre per i suoi ritratti di donne iraniane, costringe a rinunciare alla potenza rassicurante della parola e affida all’esperienza emozionale della forma. Volti di donne prendono vita nella Teheran nella calda estate del 1953. Il primo è quello di Munis il cui sguardo estatico fissa una esistenza senza senso a cui ha deciso di porre fine. La sua figura librata nel vuoto in un’atmosfera rarefatta e senza tempo cristallizza la condizione di una donna il cui asservimento al giogo maschile porta con sé i tratti di una dittatura ancestrale. Il suicidio è per la donna, attivista, politica osteggiata da una famiglia tradizionalista, l’ultimo estremo atto di ribellione ad una società che la vorrebbe schiava nell’anima e nel corpo. La Teheran di allora non è diversa da quella di oggi in cui la violenza e la dittatura continuano a imporsi senza tregua. Nell’agosto del 1953 accade un evento destinato a segnare uno spartiacque nella storia del Paese. Il golpe organizzato dalla Cia per riportare al trono lo Shah mette fine alla parentesi democratica di Mohammed Mossadegh e al sogno di un Iran libero. La sfida al colonialismo occidentale di Mossadegh fallisce e trascina con sé l’ultimo respiro di libertà. E’ un anelito che la ribelle Munis incarna assieme a tre donne. La borghese Fakhri, sposata senza amore al gretto marito generale, la prostituta Zarin la cui anoressia del fisico è specchio rovesciato della bulimia di un intervento maschile che ha succhiato vita e dignità dal suo corpo. In fine c’è Fayzeh il cui stupro subito per essersi spinta a entrare in un locale frequentato da uomini la mette di fronte alla lacerante perdita di se stessa. Accomunate dal desiderio di fuggire da una vita inautentica, esse decidono di allontanarsi dalla società degli uomini, di rifiutare le regole. La loro separazione è il primo momento di un percorso identitario verso l’autocoscienza che ha come tappa obbligata l’incontro con l’altra, il riconoscimento e la condivisione della sua storia. Lontane dal rumore della città, le quattro vite si ritrovano in una casa immersa nel verde della campagna iraniana. E’ nel giardino della tenuta che gli sguardi si incrociano, le esistenze si sfiorano. Il giardino, caro alla tradizione persiana, si fa metafora di un comune ritrovarsi che è ritorno alle radici della vita, ai primordi embrionali dell’esistenza. Recinto chiuso ma aperto all’incessante metamorfosi ai ritmi della terra, esso è l’immagine del ventre materno che accoglie senza riserve per ristorare e ridonare forza. Simbolo in cui si cristallizza il bisogno di ritrovamento di una verità originaria di femminea potenza. L’acqua scandisce due momenti topici del film. Essa è ciò che rende fertile il giardino, fluido che vivifica il grembo, metafora di purificazione e richiamo a un femminile originario di cui rappresenta l’elemento per eccellenza. Il misterioso ritorno alla vita di Munis, che riemerge come un fantasma dalle viscere della terra dove era seppellita, è scandito dalla splendida immagine battesimale della sua immersione nell’acqua.  Zarin sceglierà una sorgente per andarea rinascere, a pulire l’onta degli orrori fisici e morali. E’ lì che per la prima volta incrocia lo sguardo di Fakhri. In quello sguardo ritrova la sua esistenza che è oppressione e violenza ma anche volontà e riscatto. In un mondo fuori dal mondo, apparentemente lontano dagli accadimenti ufficiali che avanzano fragorosi nelle strade di Teheran, il racconto intimo e silenzioso di quattro donne snoda il suo gomitolo di dolore e si interseca con la grande storia. La battaglia per una nuova forma di esistenza femminile va di pari passo al desiderio sociale di un Iran libero e democratico. Essa è figlia della stessa oppressione, dello stesso desiderio di libertà.

In questo processo di ritrovamento di sé qualcosa si rompe. Se il sogno di libertà si infrange sotto i colpi della storia, l’esilio femminile dall’universo degli uomini prende la forma di una dipartita definitiva. Tra i due sessi si staglia netta la ferita di una incomunicabilità che è negazione dell’altro. La lettura della Neshat è un fermo immagine, magico e realista nel contempo, dell’alienazione strisciante ma anche della forza indomita dell’universo iraniano. Un atto di denuncia e speranza verso la sua Patria di cui l’arte si fa portavoce.

 

 

Antonella Fimiani – Via Dogana 93