Yentil

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YENTL

Regia di Barbra Streisand

 Recensione di Chiara Visentin

Di Yentl la Streisand è regista, produttrice, sceneggiatrice, interprete e cantante; è la prima volta nella storia del cinema che un film è così totalmente opera di una donna.

La forza del desiderio di Yentl è del tutto parallela a quella del desiderio della Streisand di realizzare questo film. Infatti ha portato avanti quest’idea per quasi 15 anni contro il parere di produttori pessimisti e l’ostilità misogina di Singer, autore del racconto a cui liberamente si ispira la scenaggiatura.

Il film offre alcuni spunti interessanti per l’analisi del concetto di libertà femminile. Prima di tutto l’enormità del desiderio femminile e il suo scontrarsi col mondo. “La libertà è conoscere…per mostrare e dire la propria non libertà” (L. Muraro).

Yentl nel suo progetto di conoscenza è impedita dal suo essere donna, ma il suo desiderio è spropositato e l’unica soluzione possibile è fingersi uomo; così dal raggiungere il suo scopo.

Ma è questa la libertà?

Certo Yentl si è affrancata dall’accudimento a cui era predestinata dal suo ambiente, ma è costretta a negare (anche se non a negarsi) la propria identità femminile: a negarla con l’uomo di cui si è innamorata, ma soprattutto, e questo è ciò che ci interessa di più, alla donna che si ritrova a dover sposare.

Ed è questa relazione che pone gli interrogativi più inquietanti: all’inizio c’è una certa sufficienza nei confronti dell’altra, della sua sottomissione, un giudicare sgradevole. Poi la regista recupera ed arriva ad affermare “Lei è una donna …. anch’io lo sono”  annullando la distanza che aveva posto.

Ma le scelte di Yentl dove l’hanno portata?  Ad occultare il proprio sesso, ha rendere impossibile una relazione fra donne.

Non c’è stata nessuna modificazione dell’esistente, nessun cambiamento del simbolico, nessuna produzione di libertà per/con le altre donne.