Personal Velocity

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 Regia di Rebecca Miller

 recensione di Zina Borgini

 

 

La regista Rebecca Miller ci propone con Personal Velocity un film singolare ed essenziale che racconta la storia di tre donne Delia, Greta e Paula. Due di queste storie sono tratte dal libro scritto sempre da lei e con lo stesso titolo del film. Tre storie di donne diverse fra loro per classe sociale, cultura, tenore di vita, eppure così identiche nella crisi esistenziale che le attraversa.

Un identico destino le accompagna nel mettere in discussione la loro vita, ognuna con la propria velocità; come spiega la Miller, la velocità personale è il tempo su misura a ogni essere umano,  necessario a far accadere un evento che sposta e crea cambiamento.

Per volontà o per puro caso, una mano invisibile muove le vite delle tre protagoniste, in direzioni diverse, accompagnando il loro destino in viaggio con un ritmo proporzionato alla loro capacità di intuizione, alla loro situazione personale e alla volontà di cambiare.

 Il film con una struttura minimalista è però reso prezioso da un pathos personale della scrittrice/regista che usa la stessa ambivalenza anche con il linguaggio scarno ma emozionale della voce narrante che ci racconta le sensazioni delle protagoniste.

Rebecca Miller insegue le tre donne e le svela nei minimi particolari,  ce le mostra nella cruda realtà, senza veli e fronzoli, donne protagoniste che si affacciano al terzo millennio, un po’ incerte e spaesate, non scevre di un conflitto interiore con la propria storia familiare,  ma sicuramente artefici del proprio futuro.

In bilico tra crudezza e poesia, tra postmoderno e passato, minimalista ma non del tutto, questo film è il tentativo di Rebecca Miller di sperimentare un nuovo linguaggio cinematografico.