Politica (La) del desiderio

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C’ero anch’io

di Clara Jourdan

 

Il femminismo italiano che si è risvegliato negli anni Sessanta del Novecento ha lasciato molti scritti ma poche immagini pubblicate e scarsa documentazione cinematografica. In questi anni se ne è sentita la mancanza e hanno cominciato a uscire documentari come Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi (2007) e Futuro femminile, a cura di Lorella Reale (2008). Il 1° novembre scorso, al Festival Internazionale del Film di Roma V edizione è stato proiettato in anteprima un nuovo documentario, La politica del desiderio, ora in vendita (dvd+libro, euro 15).

La politica del desiderio è un docufilm di 74 minuti, regia di Manuela Vigorita e Flaminia Cardini, prodotto da L’altra vista e Libreria delle donne di Milano. Racconta un viaggio delle due registe per l’Italia, nella storia e nel presente, tra luoghi, gruppi, donne e uomini che hanno in comune di pensare e praticare politiche di libertà femminile: un viaggio ovviamente parziale dato che queste realtà sono state e sono tuttora moltissime e anche molto diverse tra loro, ma che dà l’idea della dimensione e dell’articolazione e del profondo radicamento di questo femminismo. Alla sceneggiatura hanno partecipato Lia Cigarini e Luisa Muraro. Accompagna il film un piccolo libro curato da me, intitolato Originalità del femminismo italiano, con nomi di luoghi e di persone e un’antologia di testi che hanno contato nel movimento.

Il documentario è realizzato attraverso interviste ad alcune donne che hanno fatto la storia del femminismo italiano - come Daniela Pellegrini che a Milano all’inizio degli anni Sessanta ha fondato il primo gruppo conosciuto, “Donne a capo”, e poi il Demau - e a donne arrivate dopo, a donne che continuano con il lavoro del pensiero e con le pratiche e anche a uomini che si sono uniti a loro. Tra i brani delle interviste ci sono riprese di eventi di oggi e filmati d’epoca, fotografie e letture di testi, che nell’insieme danno il senso e la portata storica di questo cambiamento femminile accaduto e accadente. «Finalmente un’occasione per fare i conti con la presenza delle donne sulla scena pubblica non solo in veste di escort... Un film importante che ha il valore della ricostruzione storica ma anche lo slancio dell’esperienza femminile che resta la più profonda rivoluzione culturale italiana», scrive Anna Bandettini (La Repubblica, 3 novembre 2010). E, stando ai primi commenti, il film «è piaciuto alle donne ma anche agli uomini, perché racconta il femminismo italiano fuori dagli schemi ideologici e dagli slogan da corteo per ricondurlo all’originalità di un’esperienza politica e culturale, fatta di storie, volti, ritratti. Di incontri e di pratiche condivise, di desideri e progetti concreti» (La Repubblica, 11 novembre 2010). Dalla discussione che c’è stata dopo la proiezione al Circolo della rosa di Milano (11 novembre), il film è considerato riuscito anche per chi ha vissuto dall’interno quella stagione politica. Perché il film è pieno di donne che non compaiono e invece ci sono. Davvero molte donne guardandolo hanno potuto dire: c’ero anch’io in quella storia! si parla anche di me in questo racconto! Ma insieme agli apprezzamenti per le registe (sceneggiatura, montaggio delle interviste, scelte musicali...), due osservazioni ho sentito ripetere più volte. Una, che non c’è tutto quello che si vorrebbe vedere rappresentato: è naturale quando si è parte di una storia notare gli aspetti che mancano e le protagoniste che mancano, e dispiacersene, ma anche questo secondo me comunica soggettivamente la grandezza di quel movimento, che non è rappresentabile nella sua totalità. L’altra, che la prima parte del film è più bella, più luminosa della seconda, e questo viene visto come una differenza tra passato e presente: nella prima parte si sente la rivoluzione simbolica e il movimento generale, mentre l’oggi ha un impatto emotivo meno forte. Questo riguarda, evidentemente, non solo il film, ma la politica delle donne oggi.

Nella diversità di tempo storico, c’è tuttavia una costante, che si vede bene nel documentario: il femminismo delle origini e quello maturo, così come in Italia si è continuato a viverlo, non sono donne che si fanno avanti a recriminare e a chiedere, ma donne che hanno qualcosa da insegnare e da offrire al resto dell’umanità. Questa è una caratteristica originale del femminismo italiano, con la precisazione che il movimento delle donne è sempre stato internazionale, e la differenza italiana è emersa storicamente e non è mai diventata né impermeabile né chiusa. Nel libretto che accompagna il dvd, e in particolare nella antologia di testi, si intravvede questo rapporto di osmosi, di pratiche e testi che circolano da un paese all’altro mediante traduzioni, viaggi, incontri, amori... Un libro come Noi e il nostro corpo, scritto nel 1971 da un gruppo di donne di Boston (Usa), per esempio, è stato fatto proprio dalle italiane e ancor oggi, pur esaurito da anni, viene richiesto. In questo femminismo infatti una parte importante è stata giocata dagli scritti, che, pubblicati da case editrici (come i libri di Luce Irigaray) o stampati autonomamente (come quelli di Rivolta Femminile di Carla Lonzi), circolavano e si discutevano. Il filmato lo mostra scorrendo con la macchina da presa su fogli di carta ingiallita - come le storiche riviste “effe” e “sottosopra” - mentre una voce fuori campo legge, quasi sottovoce. L’antologia riprende alcuni brani letti, più una scelta di altri testi significativi, a cominciare da La Città delle Dame di Christine de Pizan, che è del 1405.

Una cosa che colpisce chi guarda il documentario, insieme alle parole luminose, sapienti e attuali, sono i volti, alcuni fortemente marcati dal tempo: volti segnati che la macchina da presa mostra senza pietà per dirci che cosa? Senza dubbio che il movimento non è nato ieri, e comprende in sé vecchio e giovane, nuovo e antico, liscio e rugoso, moderno e arcaico, un potenziale femminile infinito, di ogni età e condizione che va oltre i personali orizzonti anche estetici in cui collochiamo la realtà. Più di un’amica però mi ha fatto notare che alcune di quelle donne, che sono nostre amiche, quando le vediamo in carne e ossa non ci appaiono come nel film, non sono così segnate. Allora penso che lo sguardo delle registe mediato dalla macchina da presa ci metta dentro a un enigma vero, nell’enigma della storia. Quei volti in primo piano mostrano che una storia delle donne c’è, è qui presente davanti a noi, ora, ed è storia vivente. E mostrano che la storia vivente che siamo non è solo quella che vediamo mentre la viviamo, è anche altro. Qualcosa che non sappiamo. O non sappiamo di sapere. Questo film, che sorprende anche chi ha vissuto la storia lì raccontata, può aiutare allora a trovare parole inedite, che servano a dire ciò di cui abbiamo bisogno oggi: tali parole si possono cercare anche tra le pieghe di ciò che è già stato detto.

da “Via Dogana” n. 95, dicembre 2010