Non è ancora domani (La Pivellina)

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Regia Tizza Covi, Rainer Frimmel

Cineforum luglio/agosto 2009

Il film è ambientato alla periferia di Roma, nel quartiere di San Basilio, tra gente precaria nella vita e nel lavoro, che alloggia in prefabbricati e trova occupazioni occasionali nel mondo dei circhi e degli spettacoli ambulanti. In questo territorio di confine viene introdotta la protagonista, una donna di mezza età che, mentre vaga per il quartiere alla ricerca del proprio cane, si imbatte in una bambina di due anni, sola e abbandonata su una altalena. Portata a casa la piccola, che in seguito nessuno viene a cercare né a reclamare, la donna decide di tenerla provvisoriamente con sé e di farle da madre. In realtà, riprendendo e rielaborando in modo intelligente la lezione neorealista, i due registi fanno della bambina una sorta di perno narrativo del film, intorno al quale viene gradualmente messa a fuoco una galleria di personaggi che, a dispetto della loro condizione di marginalità, conducono esistenze del tutto ordinarie. Ed è proprio su questo aspetto che insiste il film, registrando con puntualità lo svolgersi di vite scandite da attività del tutto comuni: feste  di compleanno, visite ai vicini, gite al mare, giochi in giardino, la spesa al supermercato.
Vite di confine, che finiscono tuttavia, proprio in virtù di questa rigorosa adesione alla quotidianità dei personaggi, per risultare, al di là dell’ambiente che le ospita, molto simili alle nostre.
Vite di confine raccontate da un cinema di confine, sospeso coraggiosamente sul filo che divide la finzione dal documentario. Frimmel e Covi si limitano ad innescare una serie di situazioni che vanno poi a svilipparsi in completa autonomia, nell’ambito di una poetica che concede ampio spazio all’improvvisazione degli interpreti e confida nella loro estemporaneità, senza mai sforzare il corso degli eventi. Un cinema contemplativo, la cui forza sta nella discrezione e nella penetrazione dello sguardo.