Mi piace lavorare

Stampa

Regia Francesca Comencini

Recensione di Gabriella Galluzzi

E’ un film coraggioso, politico, forte che denuncia uno dei tanti sistemi di intimidazione sul lavoro, esemplare nel contribuire a rendere sempre di più precario e incerto l’impiego.
Selezionato al festival di Berlino, Mi piace lavorare ha al centro del racconto Anna, interpretata da una sorprendente Nicoletta Braschi, contabile da anni in un’azienda. Separata dal marito, con una figlia da crescere e un padre malato, la donna è tutelata dal diritto del lavoro di fronte alle minacce di trasferimento che si prospettano quando la società viene acquistata da una multinazionale, pronta ad ottimizzare e spingere al massimo sulla flessibilità. Ma è proprio perché la legge è dalla parte di lei che scatta il mobbing, quello cosiddetto “strategico”, pensato a tavolino per portare alle dimissioni il dipendente in esubero. Ecco allora che Anna, impiegata di terzo livello da 15 anni nel reparto contabilità, viene retrocessa via via a mansioni sempre più avvilenti, fino a fare il cane da guardia tra gli operai del magazzino che l’accusano di essere una spia: il tutto nell’indifferenza dei colleghi che, anzi, partecipano all’esclusione totale di Anna da ogni relazione umana. Il risultato sarà la malattia, la depressione e la lettera di dimissioni che puntualmente le viene messa sotto il naso dal responsabile del personale. “Le abbiamo offerto già molte possibilità – dice il dirigente – ma come vede lei è incompatibile con la nostra azienda. Le conviene firmare le dimissioni perché se pensa di restare le assicuro che diventeremo cattivi”. Anna non cederà e il riscatto alle umiliazioni arriverà con la vittoria della causa di mobbing.
Questo nel film. Nella realtà non sempre è così facile, racconta la stessa regista. “Per vincere la causa devi riuscire a rimanere nel tuo posto di lavoro, continuando cioè a subire le umiliazioni tutti i giorni. Per cui spesso ci si accorda prima, senza arrivare alla causa”. Anche perché chi è colpito da mobbing, prosegue Francesca Comencini, “arriva ad un livello di grande debolezza emotiva per cui pensa sempre di essere colpevole. Le donne, poi, sono le più vulnerabili.
Soprattutto quelle sole, con i figli. Devono pagare sempre il prezzo più alto”. E anche fare il film non è stato facile.
C’è voluta infatti, tutta la caparbietà di Francesca Comencini perché il progetto, nato completamente “autarchico”, trovasse poi il sostegno della Bianca Film di Donatella Botti e ancora RaiCinema. Incuriosita da un servizio trasmesso da Arte, Francesca Comencini si è rivolta ad uno sportello anti-mobbing della Cgil a Roma per capirne di più. Li, con l’aiuto di Luca Bigazzi, direttore della fotografia già suo “complice” del toccante Carlo Giuliani, ragazzo, ha intervistato una serie di lavoratori “mobizzati”, soprattutto donne. Quel materiale è diventato un documento per la Cgil, ma soprattutto la spinta per fare un film che approfondisse l’argomento.
A  parte Nicoletta Braschi nel ruolo della protagonista, tutti gli interpreti non sono attori protagonisti, ma lavoratori che si sono offerti spontaneamente. Una sorta di grande lavoro di gruppo al quale tutti si sono uniti gratuitamente. Da Luca Bigazzi che firma la fotografia, a Massimo Fiocchi che ha realizzato il montaggio, alla sorella Paola Comencini, la scenografa.. Fino agli stessi consulenti per la sceneggiatura Assunta Cestaro e Daniele Ranieri, rispettivamente avvocato del lavoro e sindacalista della Cgil.
Nicoletta Braschi, dal canto suo, dice di aver accettato di getto il suo ruolo perché ha amato molto Carlo Giuliani, ragazzo. E si mostra, inoltre ferratissima sull’etimologia dell’espressione mobbing: “Il termine - spiega – viene da “mob”, follia, e il verbo “to mob” nel senso di affollarsi intorno a qualcuno e accerchiare fu usato per la prima volta da Konrad Lorentz, non a caso in ambito etologico, nel 1966. Solo molti anni più tardi un altro studioso, Leiman, lo userà nell’accezione che conosciamo oggi”. Nel cast, poi, c’è pure la figlia undicenne di Francesca Comencini – nei panni della figlia di Anna -, oltre a lei stessa in un breve cammeo: “Non l’ho fatto per vanità –sottolinea la regista- ma semplicemente perché non avevamo più interpreti a disposizione: abbiamo coinvolto tutti, i miei amici, quelli di Nicoletta. Tutto ovviamente, per contenere i costi al massimo. Siamo riusciti a stare in 300mila euro, cioè a fare un film estremamente povero”. Povero ma assolutamente rigoroso che la stessa regista si augura possa essere visto soprattutto da chi la drammatica esperienza di mobbing l’ha vissuta sulla sua pelle.