Lucrezia Marinelli

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Regia di Lisanne Skyler

Recensione di Laura Modini

 

Presentato al Sundance Festival poi alla settimana della critica di Venezia '99 il film,vero gioiello di certa filmografia minimalista, ha ottenuto un successo di pubblico di tutto rispetto, conquistando la presenza nelle sale cinematografiche per vari mesi.
Realizzato con pochi soldi, il film deve la sua esistenza alla ottima sceneggiatura e alla notevole recitazione della protagonista e di alcuni secondi attori.
Il luogo dell'azione, una stazione di Autobus. Qui attendono tra gli altri, il loro autobus, due fratelli: Judith e Wesley. Lei per New York, lui per il College.Alle spalle una vita difficile, dei segreti da tenere a bada, delle domande senza risposte. Judith si guarda attorno, con degli incredibili occhi azzurri in bilico tra l'ingenuità adolescenziale e l'angoscia per l'immediato futuro. Wesley ha come copertura i suoi libri: sempre aperti, pronti alla lettura maniacale, allo studio.
In un luogo simile, dove una umanità varia si muove, un ragazzo di nome Jimmy appare e si affianca a Judith. Per far colpo su di lei, come arma di seduzione non ha che la sua fantasia, la sua parola: inizia così a raccontare le storie delle persone che si muovono in quel microcosmo, vere, inventate, un fiume di ricordi, di immagini. Anche Judith si fa prendere da questo fluire di parole e ricordi. Un vicendevole che li avvicina sempre più alle verità inconfessate delle loro giovani vite. E il film entra nel film: storie tracciate con lunghi monologhi o flash back di vite passate. Una esplorazione che si proietta anche su diverse generazioni di donne tutte alle prese con la battaglia per la sopravvivenza e per l'emancipazione.E il rapporto di Judith con sua madre: grande incertezza e timore di un amore non dimostrato
Bella opera prima della regista Lisanne Skyler, trentenne di New York con studi di cinema, lunga esperienza nel documentario e come organizzatrice del Sundance Festival, il prestigioso festival indipendente voluto, creato e finanziato dall'attore Robert Redford.
La sceneggiatura scritta a quattro mani con la sorella Tristine, laureata in letteratura alla Princeton con una tesi su "The Waste Land" di T.S.Eliot, studi di recitazione, lavoro come attrice teatrale (nel film recita la parte di Irene) e scrittrice di drammi e novelle.
Base della sceneggiatura la raccolta di racconti brevi "Heat" (Rabbia) di Joyce Carol Oates, una delle scrittrici più apprezzate e riconosciute, vero e proprio fenomeno letterario della letteratura nordamericana contemporanea: 27 romanzi, numerosi racconti e articoli giornalistici. Premi dei più prestigiosi, fra i quali annovera anche un Pulitzer. Una passione particolare: il pugilato, del quale è una vera e propria esperta e di cui scrive per diversi giornali dedicandovi anche un romanzo: "On boxing" nel 1987. La regista ricorda di aver letto il libro proprio all'età della protagonista del film ricevendone una forte impressione. Non è un caso che come un consiglio, che forse allora vi lesse, ama concludere, parlando del suo film: "Questa storia ci insegna che raccontare gli eventi, reali, immaginari o altro, può aiutarci a vivere in un mondo imperfetto". Ingenuità a parte è una grande verità.
Un ultimo accenno va all'attrice protagonista, Hearther Matarazzo, conosciuta in "Fuga dalla scuola media": semplicemente disarmante, riesce a dare voce e corpo ad una notevole interpretazione, mai eccessiva, fresca e genuina. La sua bellezza è quella tipica dell'età adolescenziale, fatta di asperità e infinita dolcezza.

 

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