Lucrezia Marinelli

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Così fan tutti

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Regia di Agnes Jaoui

Recensione di L.M.

 

Avere meno di vent'anni, essere donna e pesare oltre i sessanta chili. Sentirsi impacciata, nascondersi in vestiti troppo grandi e strettamente scuri e anonimi. Contenere una rabbia verso il mondo intero e sentirsi fragili, fuori posto ovunque. Ho appena descritto la protagonista del nuovo film di Agnes Jaoui, Lolita (nome preso da Nobokov, dice la regista) figlia di uno scrittore famoso in crisi di ispirazione, in una Parigi intellettuale teatro indiscusso di un mondo culturale che detta regole e comportamenti.
Lolita (la impersona una attrice nuova nel cinema, figlia della attrice, regista e scrittrice Josiane Balasko) è un personaggio nato dall'esperienza diretta della regista (oggi una stupenda quarantenne) che ricorda come, diciottenne, pesando 62 chilogrammi si sentisse grassa, fuori luogo, estranea a tutto il mondo che le girava attorno fatto da donne bellissime e magrissime. Tutto il suo disagio lo raccoglieva nelle pagine del suo diario che tuttora continua a scrivere. In quegli anni scoprì che la musica la faceva star bene, si iscrisse al conservatorio, studiò canto e iniziò a far parte di un coro. E fu la sua salvezza, come lo é per la Lolita del film.
La presenza del compagno di vita della regista, Jean Bacrì, cosceneggiatore e attore nella parte del padre della nostra protagonista, è eccezionale nel dare vita a un uomo moderno, scrittore in crisi di idee, di giovinezza (vicino ai cinquanta) ma con un cipiglio sfrontato di sicurezza datogli dal potere di influire sugli altri che ormai usa senza scrupoli. Così pieno di sé da riuscire antipatico, ma così credibile da risvegliare momenti di simpatia.
La stessa regista, anche attrice affermata, si riserva una parte che ne evidenzia la capacità di ironizzare su atteggiamenti e sentimenti in trasformazione nel gioco sociale dell'apparire.
L'omologazione che tende a colpire tutti, risparmia l'unico non parigino che Lolita conosce per caso già all'inizio del film. E' un giovane "beur", (marocchino di seconda generazione) che vergognandosi del suo nome arabo si fa chiamare con un anonimo "Bernard". Lui che saprà riconoscere la vera bellezza di Lolita e che nonostante venga trascinato involontariamente in un ambiente estraneo, genuinamente ne attraversa tutti i "giochi" e le seduzioni senza farsi intaccare.
Tutti gli altri recitano da commedia del "così fan tutti", adeguandosi, invischiandosi, rimanendone contaminati.
Si ride (battute intelligenti, velenose e caustiche a raffica), molto e amaro.
Così amaro che la regista in un bisogno umano di tenerezza fa termina il film con un briciolo di speranza.

 

 

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