Lucrezia Marinelli

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Autunno

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Regia e Sceneggiatura di Nina Di Majo

Daniela Cannizzaro in NOIDONNE, 9/99

Primo lungometraggio di Nina di Majo, ventiquattrenne regista partenopea che entra nelle stanze auree del cinema dalla porta principale, con un esordio davvero non comune alla Mostra di Venezia ('99). Un traguardo che, con soddifazione, Nina di Majo vuole anche sottolineare quale prova del nuovo orientamento dei selezionatori del Festival di Venezia che nel 1999 hanno dedicato maggiore attenzione ai prodotti indipendenti, fuori dai grandi circuiti. Ci dice "il mio film è piuttosto difficile da inquadrare; è stato girato senza soldi, praticamente senza attori (infatti nel film recitano la regista, la madre, il fratello e altri familiari aggiunti - nota di LM) in totale autonomia. E' difficile entrare in certi ambienti per un film così, che non media mai, che è totalmente sincero." In realtà il curriculum della regista è ancora breve, ma ricco di tappe importanti. Cresciuta nella nuvelle vague napoletana, è riuscita a "colpire al cuore" Moretti. Con il gruppo dei Teatri Uniti inizia "portando caffè sul set e rubando con gli occhi". Velocemente diventa assistente di Martone, poi di Incerti nonché di Capuano e della De Lillo. Nel 1997 presenta il suo primo video8 "Era una notte buia e tempestosa" alla rassegna Arcipelago e si distingue subito per la sua matrice d'ispirazione europea che si rifà alla tradizione francese. Per un cinema introspettivo, ma non intimista, che dà molto ascolto alla voce. Filo conduttore che ritroviamo anche in "Spalle al muro" il corto che nel 1998 vince il Sacher d'oro (Festival di cortometraggi ideato da Nanni Moretti a Roma - nota di LM). Allora per lei viene coniato l'appellativo di "sismologa della quotidianeità". Una dimensione che torna anche in "Autunno", con in primo piano i vincoli familiari. "La famiglia è una sorta di organizzazione sociale in nuce, i cui rapporti sono talmente profondi ch'è difficile ricucire una propria identità personale. Credo anzi che non ci si riesca mai. E' proprio all'interno delle famiglie apparentemente più normali che si covano autoritarismi e perversioni senza scampo". Il cinema è quindi un grande rivelatore dell'inconscio? "Quasi tutte le forme artistiche attraversano i mostri dell'inconscio. Da parte mia non c'è alcuna presunzione di rappresentazione del reale. Al contrario invece una particolare attenzione per il paradosso o il grottesco della vita di tutti i giorni." Il suo è uno sguardo che va oltre le generazioni, supportato da un background piuttosto anomalo per la sua giovane età. "Sono cresciuta con i classici del cinema, da Bergman a Truffaut, e andandomi a ripescare il primo Bellocchio, quello di "Pugni in tasca"." Niente di strano per una adolescente degli anni ottanta. E se la struttura portante della sua produzione filmica è nella sceneggiatura questo ancora si deve alla sua formazione "senz'altro più letteraria che cinematografica.
Il suo è cinema di fine millennio, post ideologico, molto lucido e con una certa consapevolezza della chiave claustrofobica che segna i rapporti interpersonali. "Siamo tutti incartati in una vita piena di nevrosi. Facciamo i conti con una realtà complicata, che fa fare corto circuito alle relazioni, familiari e non. I miei film partono da lì. Per tentare un affresco globale. Per capire perché non esiste più solidarietà, ma sempre più invidia. Non amore ma narcisismo. Non amicizia, ma competizione."

 

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