Lucrezia Marinelli

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Disse Lucrezia (Prosa)

Da: LA NOBILTA' ET ECCELLENZA DELLE DONNE

Divisione di tutto il discorso

scritto lucrezia

Sogliono tutti coloro, che di alcuna materia, over soggetto trattano esser spinti, e mossi da qualche determinato fine: percioché molti sono, che desiderosi, che la verità di quello, che scrivono, sia da tutti conosciuta, si affaticano vigilando dies noctesque serenas, e ogni diligenza usano non solamente nella invenzione della materia: ma anchora di renderla con polito modo di dire chiara, e aperta a' diligenti Lettori. Alcuni altri sprezzando la verità in molte cose di Filosofia solo spronati da vivacità e da prontezza d’ingegno cercano con ogni studio possibile di far credere al mondo, che il vero sia falso, il bene male, e il brutto sia bello, e amabile, e con ragioni apparenti bene spesso ottengono il tanto da loro desiato fine. Non pochi si ritrovano, che mossi dall'invidia, che portano alle nobili attioni d'alcuno con la mordace penna cercano d'offuscarle, e anco d'annullarle, le quali nondimeno bene spesso ad onta loro più sormontano, e al cielo più s'innalzano. E finalmente non mancano scrittori, che stimolati da odio, o da fiero sdegno con copiose menzogne vanno detrahendo l'altrui fama, e honore. Sono i primi per loro stessi degni di lode. I secondi non sono in tutto da essere vituperati, già che di così nobili ingegni ornati sono, ma ben degni di biasimo reputano tutti gli huomini coloro, che o da invidia, o da particolare odio si movono. lo in questo mio discorso voglio seguire i primi, come quella, che è desiderosa, che questa verità risplenda appresso ad ogn'uno, la quale è, che il sesso femminile sia più nobile, e eccellente di quello degli huomini; e spero cosi manifestarla con ragioni, e esempi, che ogni huomo ancor che pertinace, sarà sforzato con la propria bocca a confermarla. Si avvicinò alla cognitione di questa verità Plutarco e Platone quel grande nel Dialogo settimo della Republica, e in molti altri libri, ne' quali mostra, che le donne sono di così alto valore, e ingegno, come i maschi. S'avvicinò, dissi, percioché non pensarono tanto oltre, che conoscessero le Donne esser più degli huomini eccellenti, e nobili. Odio me, overo sdegno non move, e meno invidia; anzi da me se ne sta lontanissima; percioché io non ho desiderato, né desidero, né mai desidrerò, anchor ch'io vivessi più tempo di Nestore, di essere maschio; ma credo ben io, che o sdegno, o odio, o invidia movesse Aristotile in diversi libri a dir male, e a vituperare il sesso Donnesco; si come anco biasmò in molti luoghi il suo Maestro Platone.E similmente io penso, che si sia mosso a scrivere un libro intitolato i Donneschi diffetti Giuseppe Passi Ravennate Academico informe. Se invidia, o sdegno od altro lo habbia mosso, io non lo saprei ben dire; ma Dio gli perdoni. Dividerò questo mio discorso in due parti principali: nella prima tratterò la nobiltà, e l'eccellenza delle Donne, la qual sarà divisa in sei principali capi; ma il quinto contenerà sotto di sè undeci capi particolari. Nella seconda parte spiegherò i Diffetti, e le brutture de gli Huomini, la qual sarà da me divisa in trentacinque capi. E incominciando dall'eccellenze delle Donne, mostrerò, che quelle trapassano i maschi nella nobiltà de' nomi, delle cause, della propria natura, delle operationi, e de' detti de' maschi verso di quelle, e finalmente risponderò alle leggierissime ragioni, che tutto giorno sono da i poco prudenti, e poco saggi huomini contra noi addotte.

Della natura, ed essenza del donnesco sesso

Sono le donne, sí come anco gli huomini, composte di due parti, una delle quali è origine, e principio di tutte le più nobili operationi, e si chiama da tutti anima: l'altra parte è il corpo caduco, e mortale, e ubbediente ai comandamenti di quella, sì come quello, che da lei dipende. Se noi la prima parte, cioè l'anima della donna consideriamo, senza dubbio se co' Filosofi noi vogliamo parlare, diremo, ch'è tanto nobile l'anima de' maschi, come quella delle donne; percioché l'una, e l'altra sono d'una medesima spetie, e per conseguenza della medesima sostanza, e natura: la qual cosa conoscendo Moderata Fonte, ove ella mostra, che le donne sono tanto nobili, quanto gli uomini, dice nel suo Floridoro: E perché se commune è la natura
Se non son le sostanze variate?[1]
Con quel che segue, volendo ella mostrare, che si contengono sotto una medesima spetie. Ma io già non assentisco a questa opinione. Ma dico che non è inconveniente, che sotto una medesima spetie sieno anime quanto alla lor creatione più nobili, e eccellenti dell'altre. [ ... ] Che le anime sieno tra lor diverse lo conoscono etiandio i Poeti inspirati dal furor proprio, che loro fa rivelare i più alti e reconditi secreti della suprema Bontà, e della natura. La qual cosa mostrò Remigio Fiorentino ne' suoi sonetti. [ ... ]
E non solamente il Guarino, e Remigio Fiorentino, ma tutti gli altri Poeti sono stati di questa verità capaci. Come fu Bernardino Tomitano in un suo sonetto, nel quale egli fa manifesto, che dall'eterno Motore sono a noi alcuna volta concesse creature di anima, e di corpo più degne, dicendo: Quel che con infinito alto governo,
E con immensa providenza, e arte
Sua mirabil virtute a noi comparte
Santo, saggio, divin Motore eterno,
Vi diede a questa età, perché l'interno
Vostro valor Lucrezia in mille carte
Per voi rimbombi, e viva a parte, a parte
Tutto quel chè di voichiaro, e superno.[2]
Et anchor a noi lo fece manifesto il Padre Angelo Grillo in questi versi: Ahi chi la più bella alma,
Da le più belle membra a patir sforza,
E in un sol lume ogni mio lume ammorza?
Ahi dei Ciel, di natura ultima possa
Sarete adunque voi nudIombra, ed ossa
?[3] Possono adunque l'anime del donnesco sesso essere più nobili, e più tanto pregiate nella loro creatione di quelle de gli huomini: nondimeno se noi donne vorremo ragionare secondo l'opinione più comune, diremo, che tanto sono nobili le anime delle donne, come quelle de gli uomini. La quale opinione è in tutto falsa e questo si farà a tutti manifesto, se si considrerà con animo non punto appassionato l'altra parte, ch'è il corpo: percioché dalla eccellenza del corpo si conosce etiandio la nobiltà dell'anima, essendo egli di tal figura, e beltà ornato dalla stessa anima, quae parai sibi tale corpus. Che il corpo delle donne sia più degno di quello de' maschi ce lo dimostra la delicatezza e la propria complessione, o temperata natura sua, e la bellezza: anchor che la bellezza sia una gratia o splendore resultante dall'anima e dal corpo. [ ... ] Mostrò questo il Petrarca in mille luoghi, e spetialmente parlando degli occhi, anzi de' duoi chiari soli di Madonna Laura dicendo: Gentil mia donna i'veggio
Nel volger de'vostri occhi un dolce lume,
Che mi mostra la via, ch’al Ciel conduce.[4]
E Francesco Ranieri in un suo sonetto: Se da'begli occhi vostri, in cui si mira
Tutto il bel, che può far natura, ed arte.
E in un altro dice: Alma leggiadra in sottil velo involta,
Che come in vetro chiuso auro splendevi.[5]
E il Tasso né suoi sonetti così manifesta questo: AIma leggiadra, il cui splendor traluce
Qual sol per nubi, dal suo vago velo.[6]
Ove egli mostra che l'alma risplende fuori per un leggiadro e ben composto corpo, a quel modo che fa il sole da sottili nubi velato. E' a dunque causa e origine l'anima della beltà del corpo, sí come habbiamo dimostrato, e non solamente è l'anima cagione: ma se andiamo con l'ingegno più oltre, vedremmo che Dio, le Stelle, il Cielo, la Natura, Amore e gli Elementi sono di lei principio e fonte. Che dipenda dalla superna luce la bellezza, nido delle gratie e de gli amori, dimostrano i Platonici affermando ch'ella è una imagine defia beflezza divina.
[ ... ] Adunque da superiore cagione nasce la beltà e la maestà dei corpo. Onde disse Giovanni Guidiccioni: La bella e pura luce, che in voi splende
Quasi imagin di Dio nel sen mi desta.[7]
Onde come buon Platonico nominò la bellezza imagine di Dio: ma più chiaramente dimostra Claudio Tolomei, ch'ella sia una gran parte della bellezza di Dio con queste parole: De la beltà, che Dio larga possiede
Sì vivo raggio in noi donna riluce,
Che chi degno di quel vi guarda, vede
Il vero fonte de l'etema luce.[8]
E fa manifesto, come ben disse Dionisio Areopagita, che la somma bellezza si scuopre nelle creature, che ne sono degne, come le donne sono. Questo anchor conferma Francesco Maria Molza dicendo: Donna nel cui splendor chiaro, e divino
Di piacere a se stesso Dio propose,
Allor che gli Emisperi ambi dispose,
E quanto hanno d'omato, e pellegrino.[9]
In somma non è scrittor platonico, o Poeta che non affermi che da Dio dipende la beltà, cosa che mostra il Petrarca nella: canzone che incomincia, Poi che per mio destino, con queste parole:Poi che Dio, e natura, e amor volse
Locar compitamente ogni virtute
In quei bei lumi, ond'io gioioso vivo.[10]
E' adunque primiera e principal cagione la bellezza divina della beltà donnesca, doppo la quale ci concorrono le stelle, il Cielo, la Natura, Amore e gli Elementi, come ben disse il Petrarca parlando di Madonna Laura: Le Stelle, il Cielo, e gli Elementi a prova
Tutte Ior arti, e ogni estrema cura
Poser nel vivo lume, in cui natura
Si specchia, e’l Sol, ch’altrove par non trova.[11]
Oltre a ciò, che'l Cielo questa bellezza produca, in mille luoghi lo dimostra. E similmente il Bembo dicendo: Mostrommi entro a lo spatio d'un bel volto,
E sotto un ragionar cortese, umile
Per farmi ogn’altro caro essere a vile
Amor, quanto può dame il Ciel, raccolto.[12]
Che le stelle di ciò sieno cagione, lasciò scritto il Petrarca in una sua canzone:Il dì, che costei nacque eran le stelle,
Che producon fra noifelici effetti,
In luochi alti, ed eletti.
L'una ver l'altra con amor converse.[13]
Se le donne adunque sono più belle de gli huomini, che per lo più rozzi e mal composti si vedono, chi negherà giamai che quelle non sieno più singolari de' maschi? Niuno a giudicio mio. Onde si può dire che la bellezza nella donna sia un meraviglioso spettacolo e un miracolo ri­guardevole, che mai non fia a pieno honorato e inchinato da gli huomini. Ma voglio che passiamo più inanzi e che mostriamo che gli huomini so­no obligati e sforzati ad amar le donne e che le donne non sono tenute a riamarli, se non per semplice cortesia. E oltre a questo voglio che dimo­striamo che la beltà delle donne sia cagione che gli huomini, che tempe­rati sono, s'inalzino per mezzo di quella e delle altre creature alla cognitione e alla contemplatione della divina Essenza. Da queste cose tutte saranno pur vinti e superati gli ostinati tiranni delle donne, i quali ogni giorno più insolentemente calpestano le dignità loro; che la piacevolezza e la leggiadria de' delicati volti sforzi e costringa a lor dispetto ad amarle è cosa chiarissima, e però questo a me sarà leggierissima impresa; per­cioché se il bello è di sua natura amabile, overo degno di essere amato, come racconta Marsilio Ficino nel Convivio di Platone con tai parole: Pulchritudo est quidam splendor humanus ad se rapiens animam, et amabilis sua natura. Sarà necessitato l'huomo ad amar le cose belle: ma che più belle cose ornano il mondo delle donne? Niuna, in vero, niuna, come ben dicono tutti questi nostri contrari, che affermano lampeggiar ne' lor leggiadri volti la gratia, e lo splendor del Paradiso e da questa beltà sono sforzati ad amar quelle: ma non già elle sono tenute ad amar gli huomini: perché il men bello, o il brutto, non è per sua natura degno di essere amato. Ma brutti sono tutti gli huomini a comparatione dico delle donne; non sono a dunque quelli degni di essere riamati da loro, se non per la sua cortese e benigna natura; alle quali talhora par discortesia a non amar qualche poco Muorno amante. Cessino adunque le querele, i lamenti, i sospiri e le esclamationi de gli huomini, che vogliono al dispet­to dei mondo essere riamati dalle donne, chiamandole crudeli, ingrate e empie: cosa da mover le risa, delle quali cose si veggono pieni tutti i libri Poetici. Che la beltà delle donne guidi alla cognitione di Dio e alle su­perne intelligenze e dimostri la via di andare al cielo, lo manifesta il Pe­trarca dicendo che nel moto de gli occhi di Madonna Laura vedeva un lume, che li mostrava la via del cielo, e poi soggiunse: E per lungo costume
Dentro là dove sol con amor seggio,
Quasi visibilmente il cor traluce,
Questa è la vista ch'al ben far minduce,
E che mi scorge a gioriosofine:
Questa sola dal volgo m'allontana.
E più sotto: Io penso se là suso,
Onde Motore eterno delle stelle
Degnò Mostrar dei suo lavoro in terra
Son l'altre opre sì belle,
Aprasi la prigione, ov’io
son chiuso.[14] Dalle quali parole si comprende che diceva il Petrarca tra sé, in questo modo. Se questa unica bellezza, chio Scopro ne' sfavillanti e gratiosi lumi di Madonna Laura è tanto degna e riguardevole, che deve poi essere quella che è in Cielo? Onde ciò considerando, egli desiava la morte. E in uno suo sonetto ringratia la fortuna, e Dio, che lo ha fatto degno di veder Laura, per mezzo della quale egli s'inviava al sommo bene dicendo: Da lei ci vien  l’amoroso pensiero,
Che mentre il segui al Sonirno ben t'invia,
Poco prezzando quel ch’ogn’huom desia.
Da lei vien l’,animosa leggiadria,
Che al Ciel ti scorge per destro sentiero.[15]
Concluderermo adunque, che le donne essendo più belle de gli huomini, sieno altresì più nobili di quelli per diverse ragioni: prima perché in un fiorito e delicato volto si scorge la potenza del fattore, e oltre a ciò alza le menti alla divina Bontà. Ella è per sua natura amabile e allettatrice d'ogni cuore, ancor che rigido e aspro. E finalmente è il bello orniato e pieno di bontà, essendo la bellezza un raggio, e uno splendore della bontà.   Delle donne scienziate e di molte arti ornate Credono alcuni poco pratichí dell'Historie, che non ci sieno né ci sieno donne nelle scienze e nell’arti perite e dotte. E questo appresso loro pare impossibile né si possono ciò dare ad intendere anchor che lo veggano e odano tutto il giorno, persuadendosi che Giove habbia dato l'ingegno e l'intelletto a' maschi solamente, lasciandone le donne, ancor­ché della medesima spetie, prive. Ma se quelle hanno la medesima anima ragionevole che ha l'huomo, come di sopra ho mostrato chiaramen­te, e anco più nobile: perché anchor più perfettamente non possono imparare le medesime arti e scienze, le quali imparano gli buomini? Anzi quelle poche che alle dottrine attendono, divengono tanto delle scienze ornate, che gli huomini le invidiano e le odiano, come sogliono odiare i minori i maggiori; e per non perdere il tempo intorno a quello, che ne' capi precedenti ho provato, me ne discenderò a gli esempi. [ ... ]
Diotima fu nelle filosofiche discipline tanto perita, che Socrate non arrossò a chiamarla maestra e andava alle sue dotte lettioni, come dice Platone nel Simposio. Laura Veronese figliuola di Niccolò compose cose mirabili, fece versi saphici, scrisse Epistole e orationi in lingua Greca e Latina. Ove rimane l a gloria della poesia, cioè Sapho Lesbia, la quale fiorì a’ tempi di Alceo e di Stesicore Poeti. E fu inventrice del verso saphico; prendendo il nome da lei, e tanto dolcemente e sì copiosamen­te cantò, che i Cieli ne presero stupore. [ … ]
Cassandra Fedele etiandio dottissima era, disputò pubblicamente in Padoa, e scrisse uno elegante libro dell'ordine delle scienze e faceva bel­lissimi versi lirici. Degno di gran meraviglia a fu il profondo sapere di Lu­cretia da Este Duchessa d'Urbino nella Filosofia a e nella Poesia. La qual cosa si può vedere in un sonetto, che a lei fece Glulio Camillo: Ben voi, voi sola con l'eccelsa mente
A le cagion passando in ogni cosa,
Levate a la natura i suoi secreti.
E stando Apollo, e le sue Muse intente
Al vostro dotto stil, già gloriosa
Avanzate i Filosofi e i Poeti.[16]
Veronica da Gambara era dottissima nella Poesia e come si può vedere anchora ne' suoi scritti fu rarissima, e ciò mostrava Ariosto in questi versi dicendo: Veronica da Ganbara è con loro
Sì grata a Febo, e al Santo Aonio choro.
Vittoria Colonna fu dottissima e compose molti sonetti bellissimi. Però dice l’Ariosto di lei: Questa una ha non pur sé fatta immortale
Col dolce stil di che’l miglior non odo;
Ma può qualunque di cui parli, o scriva
Trar del sepolcro, e far ch'eterno viva.[17]
Hor diciamo di Isota Novarrolla Veronese, la quale di filosofiche dottrine era adorna, faceva vita filosofica, contentandosi di poco, scrisse a Nicolao Pontefice e a Pio, e sempre si conservò vergine. Cassandra figliuola di Priamo fu illustre per dottrina e per lo vaticinio molto chiara. [ … ]
Di rnoìte altre potrei, come di Laura Terracina dottissima nell'arte della Poesia e di Genevra Veronese, la quale fu chiarissima nelle Epistole: e di Manto figliuola di Tiresia e di molte altre, che per brevità tralascio. Da queste poche, dico poche da me qui nominate a comparatione delle molte, ch'ío tralascio, ciascun potrà agevolmente conoscere quanto profitto habbiano fatto le donne ne gli studi e in tutto quello a che si sono date. Da La nobiltà et l'eccellenza delle donne, co’ difetti, e mancamenti de gli huomini. Discorso di Lucretia Marinella, in due parti diviso Venezia, 162 1, pp. 1-3; 17-33; 51-59.


[1] Moderata Fonte, Tredici canti del Floridoro, Venezia, 1581, c.IV, 1, p. 1

[2] Bernardino Tomitano (1517‑1576), medico, letterato e filosofo padova­no. I suoi versi compaiono in numerose raccolte di Rime di petrarchisti cinque­centeschi. Si veda quella curata da Girolamo Ruscelli: I fiori delle rime de' poeti illustri, nuovamente raccolti et ordinati da Girolamo Ruscelli, con alcune annotazioni del medesimo [ ... ],Venezia, Sessa, 1558, p. 109.

[3] Angelo Grillo (metà XVI sec. ‑1629), letterato di origine genovese, fu autore di rime e prose di carattere morale. La canzone citata si legge in Rime di diversi celebri poeti dell'età nostra. Nuovamente raccolte e poste in luce, Bergamo, Comin Ventura, 1587, p. S.

[4] F. PETRARCA, Rime, LXXII, 1‑3.

[5] S. Anton Francesco Ranieri (o Rainieri) (1510‑ 1560), letterato e poeta di origine milanese, autore di Cento sonetti (1553) e di Rime (1554). Cfr. I fiori delle rime de'poeti illustri, cit., pp. 71‑72.

[6] T. TASSO, Rime, III, p. 704.

[7] Giovanni Guidiccioni (1500‑154 1), originario di Lucca, fu poeta colto e raffinato. Cfr. I fiori delle rime de'poeti illustri, cit., p. 336.

[8] Claudio Tolomei (1491‑1556), letterato di origine senese i cui versi compaiono anche nel volume miscellaneo I fiori delle rime de'poeti illustri, cit., p. 125.

[9] Francesco Maria Molza (1489‑1544), poeta e letterato di origine modenese, lodato dal Bembo per i suoi versi latini e volgari. Cfr. I fiori delle rime de' poeti illustri, cit., p. 194.

[10] F. PETRARCA, Rime, LXXIII, pp. 37‑39.

[11] Ivi, CLIV, pp. 1‑4.

[12] P. BEMBO, Rime, LXXXI, pp. 1‑4.

[13] F. PETRARCA, Rime, CCCXXV, pp. 61‑64.

[14] Ivi, LXXII, pp. 4‑9 e 16‑20.

[15] Ivi, XIII, pp. 9‑13.

[16] Giulio Camillo Dalminio (1480‑1544), umanista famoso, studioso di dottrine neoplatoniche e cabalistiche, autore de La idea del Teatro. Cfr. I fiori delle rime de' poeti illustri, cit., p. 436.

[17] L. ARIOSTO, Orlando furioso, XLVI, p. 3; XXXVII, p. 16.

 

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