Lucrezia Marinelli

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Mi chiamo Sam

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Regia di Jessie Nelson
Usa 2001 con Sean Penn, Dakota Fanning, Michelle Pfeiffer Durata 132’

Recensione di Silvana Ferrari

 

Sam Dawson è un uomo con un ritardo mentale. Ha un lavoro, una casa, una rete di relazioni sociali e di amicizie che lo sostengono e gli permettono di condurre una vita regolare insieme agli altri. In seguito ad un rapporto occasionale diventa padre, e dopo il rifiuto della madre di occuparsi della neonata, lo diventa a tutti gli effetti. Lo aiutano, in questo compito, gravoso anche per chi un handicap non lo ha, una vicina  con i suoi preziosi consigli, i suoi suggerimenti,  quasi da manuale di psicoterapia, e la rete di amici che lo circonda.

L’amore che Sam nutre per la piccola Lucy – per lui è  Lucy in the Sky with Diamonds, la prima volta che la stringe fra le braccia – scoppiato nell’attimo in cui la vede per la prima volta, alla nascita, è un amore assoluto, totale, fatto di tenerezza, dedizione, attenzione e presenza: un amore paterno di cui   poche  bambine e bambini hanno avuto la fortuna di godere. Quando Lucy arriva ad avere l’età di sette anni, e quindi  superare per intelligenza quella del padre, i servizi sociali decidono di separarli, ritenendo Sam non più in grado di accudirla e di garantirle una crescita adeguata. Considerandola una grande ingiustizia, Sam inizierà una dolorosa e anche chiarificatrice battaglia legale per l’affidamento di Lucy, difeso da un brillante e abile avvocato di successo, Rita Harrison, una efficiente e stressatissima donna in carriera dalla vita familiare fallimentare. La donna, che inizialmente accetta il caso pro bono per dimostrare la propria generosità ai colleghi, diventerà nel corso del processo, una preziosa alleata di Sam.

Bastano la capacità e la forza dell’amore per far crescere adeguatamente una bambina o le limitate doti intellettive e pratiche, come quelle dimostrate da Sam, non offrono  convenienti garanzie di sviluppo per un essere umano? Questo è il dilemma che ci pone il film. Da una parte la forza dei sentimenti, dall’altra quella della ragione, rappresentata qui dai servizi sociali e dal tribunale. Una situazione portata all’estremo su cui la regista ci vuole far riflettere, soprattutto se consideriamo le condizioni di pesante disagio affettivo in cui vivono molte bambine e bambini in famiglie cosidette normali, come quella rappresentata nel film dell’avvocato Rita Harrison, che su sua ammissione non è capace di tenersi un marito e di conquistare la  fiducia del figlio, verso cui nutre continui sensi di colpa.

Mostrandoci una situazione al limite, - la famiglia poco convenzionale e anomala di Sam, in opposizione a quella più tradizionale, ma con vistose difficoltà, di Rita Harrison, e a  quella in cui Lucy andrebbe a vivere nel caso vincessero le ragioni dei servizi sociali, - la regista Jessie Nelson ci vuole raccontare, sotto forma di metafora, il difficile compito dei genitori e il senso di inadeguatezza per il carico di oneri che sentono di dover sostenere per rendere al meglio il futuro dei figli.

La colonna sonora, che corre sulle note delle  cover di diciannove canzoni dei Beatles, riarrangiate da Vedder (You’ve Got to Hide Your Love Away), Nick Cave (Let It Be), Ben Harper (Strawberry Fields Forever), Aimee Mann(Two of us), Black Crowes (Lucy in the Sky with Diamonds), Grandaddy (Revolution), Stereophonics (Don’t Let Me Down) e da molti altri ancora, diventa una parte della trama del film, visto quanto i Beatles, la loro vita e le loro canzoni, rappresentano per quella del protagonista.

Sam, interpretato da Sean Penn, candidato all’Oscar, è una combinazione di bambino e adulto che commuove, anche se alcuni tic e una gestualità caricata a volte sembrano eccessivi e fuori luogo, e va tutto a suo danno il doppiaggio in italiano. Dakota Fanning è una Lucy che si fa immediatmente amare e altrettanto brava è Michelle Pfeiffer, forse un po’ troppo esagitata, a suscitare sentimenti opposti.

 

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