Lucrezia Marinelli

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Mio Terrorista (Il)

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Yulie Cohen Gerstel
ISRAELE 2002 – DURATA 50’

Recensione di Silvana Ferrari

 

Parlare  della ‘questione’ israelo-palestinese ancora nel 2009 è una cosa veramente difficile, dopo quanto abbiamo assistito nei mesi scorsi,  con il riaccendersi nuovamente del conflitto. Implica ogni volta spiegare le proprie ragioni, che sono quelle della pace e della convivenza dei due popoli, senza farsi prendere, come invece potrebbe facilmente accadere, da una sensazione di impotenza e di sconforto di fronte alle nuove stragi di civili, di donne e di bambini palestinesi, e alla distruzione delle loro case e dei luoghi delle loro vita quotidiana.

Il film-documentario della regista Yulie Gerstel - presentato  al Festival del Cinema di Gerusalemme nel 2002 e premiato dalla Giuria per ‘il coraggio di lottare per la riconciliazione a dispetto del clima di violenza’ -, ci immerge nell’atmosfera di questo conflitto mostrandoci come anche dalla parte degli israeliani, alcuni fra loro, anche se ancora troppo pochi,  cercano di muoversi perché questo orrore, che dura da più di sessantanni, abbia fine.

La regista  lo fa partendo dalla sua storia personale. Racconta la sua presa di coscienza,  il dolore attraverso cui è passata, i dubbi sulle decisioni prese,  la  consapevolezza che l’ha  sostenuta e guidata nel voler narrare il suo percorso in un film. Film che ha suscitato nel suo paese clamore, censure e  attacchi in cui la si accusa di favorire, con le sue prese di posizione, il terrorismo.

Yulie Gerstel era una giovane hostess della compagnia aerea israeliana El Al quando nel 1978 fu vittima di un attacco terroristico all’Hotel Europa di Londra compiuto da un commando del Fronte Popolare della Palestina; nell’attentato  una sua collega, Irit Ghidron, perse la vita e lei rimase ferita ad un braccio. Da quel momento tutto cambiò. Decise di contribuire attivamente alla difesa del suo paese, entrò nell’esercito e  partecipò nell’82 alla guerra del Libano, come ufficiale di aviazione. Questa guerra ‘non necessaria’, insieme alla visione  delle stragi compiute, le chiarì molte idee convincendola che la strada da percorrere per il suo paese fosse un’altra e che chi promuoveva quell’odio fossero sempre i governi, i potenti, forze che si muovevano per altri scopi, non quelli della ragione e della convivenza fra i due popoli. Da ciò la decisione di abbandonare l’esercito.

Diventa  in quegli anni regista, si sposa, ha due figlie; viene a contatto con molti palestinesi, vede le loro umiliazioni e lo sfruttamento a cui sono sottoposti; gira anche un film su un esule. Le sue idee politiche si spostano definitivamente verso il pacifismo. Sono anni di speranze in  si respira un’aria diversa:  i leader dei due paesi s’incontrano e discutono, si arriva agli accordi di Oslo e di Camp David sui territori occupati e sulla liberazione dei detenuti politici.

E’ a  questo punto della sua vita che decide di mettersi in contatto con Fahed Mihly, il terrorista condannato, anche grazie alla sua testimonianza, per l’attentato di Londra e rinchiuso da oltre ventanni nel carcere di Dartmoor, in Gran Bretagna. ‘Il suo terrorista.’ Gli scrive e lui, con sua sorpresa, risponde. Lo va a trovare e decide di aiutarlo ad uscire di prigione, muovendo i passi necessari presso la giustizia inglese.

Anche  il film che è intenzionata a girare su questa vicenda inizia a prendere forma.

Intensifica la sua attività di pacifista; partecipa  a incontri con i parenti delle vittime, a tramissioni televisive e a dibattiti sul tema  del perdono. Ma le vicende successive del conflitto non la favoriscono: la seconda intifada nel 2000, gli attentati alle Twin Towers del 2001, sembrano porre sempre al centro la necessità della guerra rispetto al dialogo di pace. Il discorso della riconciliazione e del perdono sembra fuori tempo e luogo. Lei stessa cade in uno stato di profonda crisi. Ma sa che  non è la strada giusta.

Si deve vincere la paura, questa è la sua convinzione, perché ‘la paura provoca odio. La comprensione invece dovrebbe aiutare a superare questa paura’, per vincere e  rompere  il circolo vizioso fatto di vendetta su vendetta.

 

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