Lucrezia Marinelli

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Frozen River

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un film di Courtney Hunt
Usa 2008 - Durata 97’

Recensione di Silvana Ferrari

 

Paesaggio spoglio con neve, di case di lamiera, desolato e povero. La macchina da presa, sui piedi nudi e poi in salita sulle gambe, inquadra due mani con unghie rotte e sporche di una donna; si ferma sul suo viso, bello ma invecchiato, consumato da fatiche e preoccupazioni. La donna sta fumando e piangendo, è seduta in macchina e osserva desolatamente il cassettino vuoto del cruscotto. Poi si fa forza, si asciuga le lacrime, va verso la casa, - una cadente baracca di lamiera azzurra; dentro le va incontro il figlio più piccolo in gioiosa attesa di qualcosa. Si capirà, nelle scene successive, che proprio quella mattina sarebbe arrivata la nuova casa prefabbricata, ma i soldi per finire di pagare l’acconto non ci sono più. Se li è presi il marito, giocatore incallito, per sperperarli in qualche casinò di Atlantic City o di altre località da gioco americane.

Siamo ormai entrati nella storia. La donna, Ray, si trova a dover rimandare indietro il tir con la casa tanto desiderata e a dover fare i conti, con i pochi spiccioli rimasti nel borsellino, per pagare il pranzo a scuola ai due figli, di quindici e di cinque anni, che, finchè non arriverà il suo misero stipendio, si dovranno accontentare di mangiare cornes flakes e succo di frutta a colazione e a cena.

Ray lavora part time e con la sua paga non potrebbe riuscire a tirare avanti, anche se tenta con il suo capo di avere un lavoro a tempo pieno. Ha bisogno dei soldi per mangiare e per tenere in vita l’esile trama della sua esistenza: a una settimana dal Natale, le servono per comprare i regali ai figli, per pagare la rata del televisore e quelle della casa prefabbricata, così tanto sognata, per rendere più confortevoli, rispetto alla baracca in cui vivono ora, i rigori dell’inverno che ormai è in pieno svolgimento.

Siamo nello stato di New York, ai confini con il Canada e vicino al territorio, zona franca, della riserva indiana dei mohawk. Terre di confine e di contrabbando. Il film potrebbe avere una svolta melensa e melodrammatica, ma la regista ci toglie immediatamente dal dubbio e, con mano sicura e decisa, - nessuna esitazione e duro approccio alla realtà, - ci porta direttamente dentro l’incubo, di una donna povera alla disperata ricerca di soldi.

Mentre è alla ricerca del marito fedifrago, Ray viene a contatto con una giovane donna mohawk, Lila, che lavora al Bingo, gestito dai nativi, e che si è impossessata della macchina del marito di Ray, avendola trovata con le chiavi inserite alla stazione degli autobus.

Lila è messa ai margini dalla sua tribù, avendo avuto delle pendenze giudiziarie; la suocera le ha sottratto il figlio di un anno ritenendola incapace di accudirlo, e lei vive da sola in una roulotte fredda e rugginosa nel bosco. Per dimostrare ai capi della tribù di essere in grado di mantenere il figlio, cerca di procurarsi il denaro illegalemente attraverso il contrabbando, prima di tabacco, ora di esseri umani. Porta dal confine canadese dentro gli Stati Uniti, attraverso la riserva indiana, cinesi e pakistani che cercano di entrare illegalmente nello stato.

Le due donne, con una macchina dal grande bagagliaio, diventano socie nell’impresa di trasportare clandestini da un confine all’altro, attraversando il fiume S. Lorenzo, ghiacciato in quel periodo dell’anno. Le regole della miseria non si contraddicono mai: i poveri per fare i soldi riescono a farli solo sulle spalle di altri poveri. Il denaro sembra fluire facilmente e ora Ray è in grado di pagare la rata del televisore e di pensare ai doni per i figli. Ma nonostante l’illusoria semplicità del guadagno si sentono piano piano avvicinarsi i guai, e addensarsi i pericoli. Che si verificano in una serata particolarmente sventurata in cui prima c’è lo scontro a fuoco con un trafficante di prostitute e poi l’inseguimento della polizia. La soluzione e lo scioglimento del pathos avvengono con la presa di consapevolezza di Ray, più matura e saggia, nell’arrendersi per salvare tutti: se stessa, i suoi figli, Lila e il piccolo figlio di lei.

Ray si sacrifica: andrà per qualche mese in carcere, Lila insieme al figlio, strappato alla suocera, abiterà nella sua casa e curerà i suoi figli; con i soldi così malamente guadagnati pagherà anche la rata della casa prefabbricata. E’ un film ad alta intensità drammatica, teso fino al finale che si scioglie solo nelle ultime immagini con Lila, il figlio in braccio, i ragazzi di Ray davanti la casa che giocano su una giostra arruginita. Lila sorride, e in lontananza la macchina da presa inquadra il tir con la casa prefabbricata che si sta avvicinando.

E’ un film di madri, dove il materno gioca prepotentemente il ruolo di protagonista. Un materno che coinvolge tutta la società. Perché le due donne sono protettive e responsabili, nei confronti dei loro figli, preoccupate per la casa, per la scuola, per il loro futuro, per il lavoro. Il materno più evidente è nell’episodio in cui trasportano una coppia di pakistani, marito e moglie con una borsa che Ray getta via per paura del suo contenuto, bombe o altro materiale pericoloso,(vedi il radicamento del pregiudizio in america nei confronti dei mussulmani), contenuto che poi si scopre essere un neonato, il figlio della coppia e le due tornano sui loro passi per recuperalo. Ma è un materno che insegna la solidarietà tra poveri, è un materno pieno di forza e di voglia di vivere e di fronteggiare le fasi difficili della vita.

La regista Courtney Hunt è alla sua prima prova con il lungometraggio. Il film ha vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival del 2008, è stato candidato all’Oscar per la miglior attrice protagonista, la convinvente Melissa Leo, e per la sceneggiatura originale scritta dalla stessa Hunt.

Paesaggio innevato e spoglio, con misere baracche di lamiera. E’ mattina , una donna in vestaglia piange seduta con le gambe fuori dalla macchina. La macchina da presa in una lenta carrellata inquadra i piedi nudi

Paesaggio spoglio con neve, di case di lamiera, desolato e povero. La macchina da presa, sui piedi
nudi e poi in salita sulle gambe, inquadra due mani con unghie rotte e sporche di una donna; si
ferma sul suo viso, bello ma invecchiato, consumato da fatiche e preoccupazioni. La donna sta
fumando e piangendo, è seduta in macchina e osserva desolatamente il cassettino vuoto del
cruscotto. Poi si fa forza, si asciuga le lacrime, va verso la casa, - una cadente baracca di lamiera
azzurra; dentro le va incontro il figlio più piccolo in gioiosa attesa di qualcosa. Si capirà, nelle
scene successive, che proprio quella mattina sarebbe arrivata la nuova casa prefabbricata, ma i
soldi per finire di pagare l’acconto non ci sono più. Se li è presi il marito, giocatore incallito, per
sperperarli in qualche casinò di Atlantic City o di altre località da gioco americane.
Siamo ormai entrati nella storia. La donna, Ray, si trova a dover rimandare indietro il tir con la
casa tanto desiderata e a dover fare i conti, con i pochi spiccioli rimasti nel borsellino, per pagare
il pranzo a scuola ai due figli, di quindici e di cinque anni, che, finchè non arriverà il suo misero
stipendio, si dovranno accontentare di mangiare cornes flakes e succo di frutta a colazione e a
cena.
Ray lavora part time e con la sua paga non potrebbe riuscire a tirare avanti, anche se tenta con
il suo capo di avere un lavoro a tempo pieno. Ha bisogno dei soldi per mangiare e per tenere in
vita l’esile trama della sua esistenza: a una settimana dal Natale, le servono per comprare i regali
ai figli, per pagare la rata del televisore e quelle della casa prefabbricata, così tanto sognata, per
rendere più confortevoli, rispetto alla baracca in cui vivono ora, i rigori dell’inverno che ormai è
in pieno svolgimento.
Siamo nello stato di New York, ai confini con il Canada e vicino al territorio, zona franca, della
riserva indiana dei mohawk. Terre di confine e di contrabbando. Il film potrebbe avere una svolta
melensa e melodrammatica, ma la regista ci toglie immediatamente dal dubbio e, con mano sicura
e decisa, - nessuna esitazione e duro approccio alla realtà, - ci porta direttamente dentro l’incubo,
di una donna povera alla disperata ricerca di soldi.
Mentre è alla ricerca del marito fedifrago, Ray viene a contatto con una giovane donna mohawk,
Lila, che lavora al Bingo, gestito dai nativi, e che si è impossessata della macchina del marito di
Ray, avendola trovata con le chiavi inserite alla stazione degli autobus.
Lila è messa ai margini dalla sua tribù, avendo avuto delle pendenze giudiziarie; la suocera le ha
sottratto il figlio di un anno ritenendola incapace di accudirlo, e lei vive da sola in una roulotte
fredda e rugginosa nel bosco. Per dimostrare ai capi della tribù di essere in grado di mantenere
il figlio, cerca di procurarsi il denaro illegalemente attraverso il contrabbando, prima di tabacco,
ora di esseri umani. Porta dal confine canadese dentro gli Stati Uniti, attraverso la riserva indiana,
cinesi e pakistani che cercano di entrare illegalmente nello stato.
Le due donne, con una macchina dal grande bagagliaio, diventano socie nell’impresa di trasportare
clandestini da un confine all’altro, attraversando il fiume S. Lorenzo, ghiacciato in quel periodo
dell’anno. Le regole della miseria non si contraddicono mai: i poveri per fare i soldi riescono a
farli solo sulle spalle di altri poveri. Il denaro sembra fluire facilmente e ora Ray è in grado di
pagare la rata del televisore e di pensare ai doni per i figli. Ma nonostante l’illusoria semplicità del
guadagno si sentono piano piano avvicinarsi i guai, e addensarsi i pericoli. Che si verificano in una
serata particolarmente sventurata in cui prima c’è lo scontro a fuoco con un trafficante di prostitute
e poi l’inseguimento della polizia. La soluzione e lo scioglimento del pathos avvengono con la
presa di consapevolezza di Ray, più matura e saggia, nell’arrendersi per salvare tutti: se stessa, i
suoi figli, Lila e il piccolo figlio di lei.
Ray si sacrifica: andrà per qualche mese in carcere, Lila insieme al figlio, strappato alla suocera,
abiterà nella sua casa e curerà i suoi figli; con i soldi così malamente guadagnati pagherà anche
la rata della casa prefabbricata. E’ un film ad alta intensità drammatica, teso fino al finale che si
scioglie solo nelle ultime immagini con Lila, il figlio in braccio, i ragazzi di Ray davanti la casa

che giocano su una giostra arruginita. Lila sorride, e in lontananza la macchina da presa inquadra il
tir con la casa prefabbricata che si sta avvicinando.
E’ un film di madri, dove il materno gioca prepotentemente il ruolo di protagonista. Un materno
che coinvolge tutta la società. Perché le due donne sono protettive e responsabili, nei confronti
dei loro figli, preoccupate per la casa, per la scuola, per il loro futuro, per il lavoro. Il materno
più evidente è nell’episodio in cui trasportano una coppia di pakistani, marito e moglie con una
borsa che Ray getta via per paura del suo contenuto, bombe o altro materiale pericoloso,(vedi il
radicamento del pregiudizio in america nei confronti dei mussulmani), contenuto che poi si scopre
essere un neonato, il figlio della coppia e le due tornano sui loro passi per recuperalo. Ma è un
materno che insegna la solidarietà tra poveri, è un materno pieno di forza e di voglia di vivere e di
fronteggiare le fasi difficili della vita.
La regista Courtney Hunt è alla sua prima prova con il lungometraggio. Il film ha vinto il Gran
Premio della Giuria al Sundance Film Festival del 2008, è stato candidato all’Oscar per la miglior
attrice protagonista, la convinvente Melissa Leo, e per la sceneggiatura originale scritta dalla stessa
Hunt.

Paesaggio innevato e spoglio, con misere baracche di lamiera. E’ mattina , una donna in vestaglia
piange seduta con le gambe fuori dalla macchina. La macchina da presa in una lenta carrellata
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