Lucrezia Marinelli

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Famiglia Savage (La)

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Regia di Tamara Jenkins

Recensione di Silvana Ferrari

Wendy e Jon Savage, sorella e fratello, hanno superato la quarantina ma le loro vite corrono ancora sui binari della precarietà. Precari sono le loro ambizioni e i loro desideri spesso frustrati – lei aspira a fare la drammaturga, lui sta scrivendo da anni un saggio su Brecht -; insoddisfacenti e instabili i loro lavori – lei passa da un lavoro all’altro, lui insegna in un’oscura università -; immature e volutamente poco coinvolgenti le loro relazioni affettive – lei intrattiene una relazione con il vicino di casa sposato, lui sta con una donna polacca che non intende sposare sebbene le sia scaduto il permesso di soggiorno e sia costretta a tornarsene al suo paese.
I due fratelli sono una versione moderna di Hansel e Gretel: così li ha definiti la regista Tamara Jenkins che del film è anche la sceneggiatrice. Come i due fratellini della favola, i fratelli Savage devono compiere un viaggio metaforico tortuoso e doloroso, seguire un percorso alla fine del quale raggiungeranno quel traguardo tanto desiderato e temuto che è il mondo adulto, il passaggio all’età adulta.
Per Wendy e Jon il viaggio consisterà nell’ affrontare insieme la malattia del padre, colpito da Alzheimer, prendere atto della loro responsabilità di figli nei confronti di una figura genitoriale contradditoria e poco amata di cui hanno spiacevoli ricordi nella loro infanzia. Tali responsabilità implicheranno anche il prendere decisioni, come quella di trasferirlo da un lussuoso villaggio per anziani in Arizona in una casa di riposo più economica ma anche più squallida, o come l’essere posti di fronte alla fisicità, misera ma molto umana, della malattia, della vecchiaia e della morte.
Non è un film però sulla malattia, l’Alzheimer, o sulla senilità. Si concentra piuttosto sulla famiglia osservandone i suoi componenti come microcosmi di solitudine non in contatto fra loro; e sui figli che, anche di una certa età, si mostrano inetti, immaturi, incapaci di relazioni affettive: un concentrato di autoreferenzialità, di egoismo e di narcisismo, goffi nei loro tentativi di vivere delle esistenze più o meno comuni. Esemplari al riguardo sono le ambientazioni: le loro case appaiono spoglie, poco vissute, casuali negli arredi, case che possono essere abbandonate da un momento all’altro, come del resto buona parte delle loro vite.
Il registro del film non è drammatico, è quello della commedia acido-amara che se da un lato nulla vuole nascondere della solitudine, dell’impreparazione e dell’inettitudine dei due protagonisti nei confronti della vita, dall’altro non vuole chiudere sulla speranza di una loro presa di consapevolezza e di scelte esistenziali più mature. Verso questa direzione va il finale, non genericamente consolatorio, come solitamente si usa vedere nella commedia americana, ma meritatamente conquistato visti i passi compiuti dai due protagonisti nella via di una maggiore comprensione di certi meccanismi delle relazioni umane, di una maggiore apertura e sensibilità verso gli altri.
Merito del buon livello del film va alle superbe interpretazioni di Laura Linney e di Philip Seymour Hoffman che hanno dato corpo alle nevrosi, alle meschinerie e alle inquietudini dei due personaggi.
Il film viene dal Sundance Film Festival ed ha inaugurato il 25° Torino Film Festival del 2008, ha ottenuto numerosi riconoscimenti dai Free Spirit Indipendent Award, gli Oscar del cinema indipendente americano.

 

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