Lucrezia Marinelli

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Christine Cristina

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un film di Stefania Sandrelli
Italia 2009 – durata 92’

Recensione di Silvana Ferrari

 

Cristine de Pizan o Cristina da Pizzano, nata a Venezia nel 1364 e morta nel 1430 circa nel convento di Poissy, dove si era ritirata,  fu poeta e letterata, prima fra le donne a fare della sua arte e della sua passione un mestiere, una professione. Stimata e apprezzata dal mondo della nobiltà e delle corti, che amava circondarsi dei più illustri fra poeti, musici e intellettuali, seppe trovare una sua personale cifra stilistica nella poesia e nella prosa tanto da staccarsi decisamente dalle mode allora in uso nella produzione letteraria, per volgersi in direzioni tanto innovative e audaci da rivoluzionare il canone vigente. Le sue opere nascevano dal suo spirito e dalla sua ricchezza interiore, dall’osservazione della realtà  e dalla sua storia ed esperienza di vita. Quello che ne scaturiva era qualcosa di estremamente originale e mai fino allora messo in versi o in prosa, così dirompente da attirare le critiche dei molti tradizionalisti negli ambienti universitari ed ecclesiastici, ma anche il favore e il sostegno di fini pensatori. Uno stile e una visione della poesia e delle lettere assolutamente personale e indipendente, come è indipendente il suo pensiero che si esprime ed esige, alla pari, l’interlocuzione con i governanti e i loro consiglieri, e i rappresentanti delle istituzioni culturali quali le Università. Christine de Pizan appare nella cultura e nella società del suo tempo un personaggio poliedrico: donna di lettere di vasto e raffinato sapere e figura pubblica ricevuta e ascoltata negli ambienti di corte e fra gli intellettuali:  stretto fu il suo legame con la regina Isabella, moglie di Carlo VI.

Due temi saranno gli assilli e le preoccupazioni della sua vita: la sorte delle donne, il cui ruolo vede indebolirsi e svalorizzarsi a causa del progressivo diffondersi delle idee misogine e dei valori militari - non cavallereschi -, in un paese costantemente travolto e impoverito dalle guerre, dalle carestie e pestilenze, e la politica, intesa come sprone, sollecitazione per i governanti nel trovare le giuste pratiche per il buon governo, per la buona gestione dell’interesse pubblico. Non ha timore, quando sente la situazione farsi più critica e pericolosa, di rivolgersi in prima persona agli interessati inviando lettere, appelli - per metterli in guardia, per dare suggerimenti -,  e di scrivere trattati per esprimere tutto quello che nel cuore più la agita e la preoccupa.

In questo contesto nasce il suo libro più famoso, il Livre de la Cité des Dames, opera in difesa delle donne, contro le malevolenze e le maldicenze maschili, testo fondante nel dibattito sulla differenza sessuale. La Citè è città ideale e  spazio simbolico, luogo separato di libertà e conoscenza, le cui pietre, dalle fondamenta alle torri, rappresentano le vite di donne esemplari, donne del mito e della storia. Christine de Pizan, per prima,ribaltando la tradizione culturale del suo tempo, riscrive la storia, campo di competenza esclusivamente maschile, dando di essa autorevolmente una interpretazione che restituisce alle donne il loro valore nella società e contemporaneamente procede, per sé e per tutte, nella creazione di una genealogia femminile a cui fare riferimento.

Il film di Stefania Sandrelli, Christine Cristina, ritrae la scrittrice nel periodo più difficile della sua vita, quello che inizia con la morte del re Carlo V, presso la cui corte il padre, Tommaso da Pizzano, astrologo di fama,  era stato chiamato a dare la sua opera, come medico e consigliere personale del sovrano, godendo di ampi favori e benefici. La morte del re, con la conseguente fine di privilegi e concessioni, non fu che l’inizio di una serie di tragedie che sconvolsero la sua famiglia: prima la morte del padre, poi quella del giovane marito. Vedova, con due figli e senza più sostegni, in causa perenne per rientrare in possesso di una serie di proprietà che, in quanto donna, secondo la legge non sarebbero state più di sua spettanza, si ritrova nella più completa indigenza a pensare come trovare i mezzi per sopravvivere. La soccorreranno il suo coraggio, la sua intelligenza e la vasta conoscenza acquisita frequentando, negli anni di corte, l’allora nascente, ma già ben fornita, biblioteca del Louvre. E inoltre la sua ricchezza personale, la sua dote: un’incredibile facilità con i versi e le rime che le fa improvvisare poesie e ballate; questo, insieme agli scritti in prosa e alla sua attività di copista e rilegatrice di libri – oggi sarebbe un’editrice – le permetterà di guadagnarsi da vivere, grazie anche all’aiuto di tre figure protettrici che l’affiancheranno: il menestrello Charleton, sua moglie ed ex governante di Christine e l’ecclesiastico Jean Charlier Gerson, figura storicamente esistita, uomo brillante, teologo, cancelliere dell’Università di Parigi e della Chiesa di Notre-Dame con cui la scrittrice svilupperà un’intesa intellettuale e spirituale che durerà tutta la vita. Il film si chiude con l’immagine di Christine china sui suoi amatissimi libri, ormai consapevole delle sue doti e anche del suo impegno nella scrittura.

Stefania Sandrelli, al suo debutto nella regia, spiega così le ragioni della sua scelta e del fascino che la figura di Christine de Pizan ha esercitato su di lei: “Non sono io che ho scelto lei, è Christine che ha scelto me. Avevo letto la biografia – il libro di Règine Pernoud, Storia di una scrittrice medievale Cristina da Pizzano - e il personaggio mi è rimasto dentro. E’ forte, propulsivo, coraggioso, come solo le donne sanno essere… Forse ho fatto bene a fare questo film, non solo per me, ma perché mi appare sempre più attuale”. E ancora: “Mi sono immedesimata in lei, una donna che ce l’ha fatta a sopravvivere usando la penna e l’inchiostro, facendo quello che sapeva fare senza accontentarsi di fare altro.”

Il film  sviluppa la sua narrazione in una forma semplice, ma non ovvia e con una sua grazia e onestà, anche se qualche ingenuità registica e di sceneggiatura non riescono sempre a restituirci la grandezza del personaggio;  ha comunque il merito di aver risollevato la memoria di una donna eccellente e di averla mostrata e fatta conoscere oltre l’ambito, pur numeroso, delle/i sue/suoi studiose/i. Christine de Pizan è rappresentata come fine intellettuale e come uno spirito libero e ribelle senza enfasi e retorica. La sceneggiatura riporta ampiamente stralci dei versi e delle prose della scrittrice a partire dalla famosa ‘Soletta sono e soletta voglio essere…’ fino all’accesa polemica contro Jean de Meun, autore della seconda parte del Roman de la Rose, e contro i suoi epigoni che nei loro scritti esplicitamente seminano e diffondono l’odio e il disprezzo per le donne.

 

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