Lucrezia Marinelli

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THE FAREWELL - Una buona bugia

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The Farewell – Una bugia buona

Regia e Sceneggiatura: Lulu Wang

Interpreti: Zhao Shuzhen, Awkwafina, X Mayo, Hong Lu, Kong Lin, Tzi Ma

Musica: Alex Weston

Produzione: Ray Productions

Distribuzione: Bim Distribuzione

Paese: USA – CINA  - 2019  -  98’

 

Billi è la protagonista, una trentenne nata cinese e cresciuta negli Stati Uniti che si ritrova a dover accettare la decisione della famiglia originaria di tenere all’oscuro la nonna, per tutti Nai Nai, del tumore di cui soffre. La scusa per riunire tutti i parenti e salutare una volta per tutte l’anziana malata è data da un matrimonio improvvisato tra il giovanissimo cugino Hao Hao e la sua neo fidanzata giapponese.

La riunione della famiglia mette in tavola le più diverse peculiarità individuali, a servizio, tuttavia, del rispetto di una cultura che rappresenta l’origine di ciascuno dei suoi membri. Lo scontro tra modi di vivere e tradizioni dà vita ad un’ironia che permea l’intera narrazione, smorzando il tono più cinico e drammatico che la storia stessa – autobiografica della regista – potrebbe rivelare.

Billi è figura esemplare di questo faticoso incontro tra culture; inizialmente incredula e sconvolta dalle assurde decisioni della famiglia, la protagonista pare però lentamente arrendersi a ciò che è, accettare ciò che viene, ubbidire passivamente a ciò che le viene detto o richiesto, trasportata dal flusso potente del gruppo-famiglia.

La situazione di Billi, sospesa tra essere e non-essere (essere cinese e americana e allo stesso tempo non sentirsi completamente né l’una né l’altra) fa da specchio al complesso bilanciamento di contrasti che l’incontro-scontro di visioni nettamente diverse tende a creare. L’essere e non-essere è espresso, al di fuori della singola persona, dal rapporto confuso e illusorio tra verità e menzogna, tra giusto e sbagliato. Il confine è talmente relativo ed effimero che, di fatto, il giudizio di autenticità non può che rimanere sospeso.

All’opposto dell’individualismo americano, il legame familiare, di sangue, è l’unica cosa che realmente conta, tanto da mettere insieme quasi forzatamente personalità e complessi di valori estremamente distanti – dai genitori di Billi, che si ritengono americani, alla famiglia di Hao Hao che vive in Giappone ma continua a ritenersi cinese. La difficoltà di appartenere è dunque la fatica a sentirsi parte non solo di una tradizione ormai distante, ma innanzitutto di un gruppo familiare che è rimasto separato e lontano per venticinque anni.

La fatica a sentirsi parte di qualcosa di più grande è un peso per Billi tanto quanto un’anomalia per il resto della famiglia. Il viaggio, la vicinanza, l’unione quasi costretta dei vari membri sotto lo stesso tetto, e per finire la comprensione del profondo legame che li unisce rappresenta la chiave per la risoluzione dello scontro, nell’idea che ciò che realmente importa, ciò che sopravvive oltre la facciata, oltre le differenze, oltre le bugie “buone”, è l’affetto familiare, nutrito dal contatto con le persone e i luoghi della propria memoria, gli stessi che hanno contribuito a plasmare l’identità di ciascuno.

Carlotta Po – Cineforum.

 

 

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