Lucrezia Marinelli

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In un mondo migliore

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un film di Susanne Bier
Danimarca/Svezia 2010 – durata 119’
Oscar 2011 come Miglior Film Straniero

Recensione di Silvana Ferrari

L’ultimo film di Susanne Bier indaga sulle radici del male, sull’origine della violenza e  le sue conseguenze, e sulle risposte che ad essa è possibile dare. Con l’occhio di una scienziata sociale confronta due situazioni apparentemente antitetiche, nella sua civilissima Danimarca e in un campo profughi  dell’ Africa.

Vuole raccontarci che il nostro mondo ha a che fare con una violenza – di natura prevalentemente maschile aggiungo io, e lei non lo nega mettendola in scena - declinata diversamente rispetto alle guerre del secolo scorso che, comunque, continuano a mietere vittime, lontano da noi, in Africa,  Medio ed Estremo oriente. Vuole farci riflettere su come nel nostro ricco e civile occidente, che vuole esportare il suo modello nel resto del mondo, il male si generi per le ragioni più varie e possa prendere piede  portando a conseguenze catastrofiche.

Nel primo caso due ragazzini Christian e Elias devono affrontare nella loro scuola l’arroganza e la sopraffazione di un gruppo di bulli capeggiato da uno di loro, poco più grande. Entrambi stanno vivendo personalmente dolorose situazioni di disagio familiare: Elias  ha i genitori che si stanno separando, Christian ha perso di recente la madre e nutre un profondo rancore nei confronti del padre.

Alle continue provocazioni e vessazioni subite dall’amico, Christian reagisce pesantemente mettendo in discussione il lavoro educativo di genitori e  insegnanti: la tolleranza, il rispetto, la convivenza pacifica. Lui pensa, e lo dice apertamente, che ai soprusi e alle violenze sia necessario  opporsi con la forza, insegnando ai violenti la lezione con un qualche gesto esemplare che li rimetta al loro posto. Lo dice e lo mette in atto fino alle sue tragiche conseguenze, mentre il padre di Elias, Anton, tenta di mostrare, con l’esempio del suo pacifismo, con il suo credo del ‘porgere l’altra guancia’,  come la ragionevolezza del dialogo e del confronto sia l’unica via da contrapporre alla vendetta.

Di fatto tutto il buonismo e il pacifismo di Anton, medico di un’organizzazione umanitaria in un campo profughi dell’ Africa, s’infrangerà di fronte alle scorrerie di una banda di assassini criminali che mette a ferro e fuoco i villaggi, spargendo terrore e orrore fra la popolazione.

Susanne Bier svolge il suo tema con molta chiarezza e incisività di immagini, senza sbavature; è molto brava nel coinvolgimento del pubblico con scene di forte tensione emotiva, la cui carica, forse solo verso le parti finali, consolatorie e didascaliche, perde   di mordente e di efficacia.

Nel film mostra come la civilissima e opulenta società danese che vuole insegnare la pacifica convivenza non ne ha le capacità. Gli adulti sono visti dai ragazzi come ipocriti, che cercano di indurre una conoscenza del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, raccontando loro solo bugie e mostrandosi  incapaci di trovare poi soluzioni.

Sotto il giudizio assoluto dei due dodicenni viene osservata una società che non vede, e non vuole vedere, quanta violenza sia presente nelle relazioni fra gli adolescenti; e una scuola che non riesce a far fronte alla loro aggressività proponendo altri modelli di convivenza. Un mondo di adolescenti separato ed estraneo da quello degli adulti, carico di sentimenti complessi, di solitudini abissali, di ferite difficili da rimarginare, che esprime nel proprio disagio l’esigenza di un maggiore e diffuso senso di giustizia.

Il padre di Elias, unica figura positiva fra gli adulti maschi, appare quasi ingenuo nella sua perseveranza a mostrare le ragioni del confronto, della discussione per arrivare ad una pacifica composizione dei conflitti;  lui stesso, convinto non-violento e sostenitore del perdono,  è senza parole di fronte all’orrore delle azioni della banda di criminali nel campo profughi. Anton è un uomo che lavora per il bene, ma le sue azioni sono come una goccia d’acqua nel deserto; lui segue una sua idea di bene astratta che si sgretola e si trasforma in qualcos’altro quando rifiuta l’aiuto a chi del male è causa.

Sono delineate con efficacia e precisione le dinamiche dei rapporti maschili  entro cui si muovono i personaggi e fra tutte  risulta emblematica la scena in cui Anton, non reagendo agli schiaffi di un altro maschio, grosso e rozzo, viene insultato da quest’ ultimo con l’appellativo di ‘frocio’.

La conoscenza del mondo maschile e lo sguardo particolarmente acuto ad esso rivolto nascono nella regista, come  ha dichiarato in un’intervista, da una frequentazione ravvicinata con l’altro sesso, essendo cresciuta in una famiglia con tre fratelli.

Per Susanne Bier la violenza, il male, esistono nelle società civilissime e ricchissime come in quelle povere  e che le ragioni sono da ricercare nelle società stesse, nel loro sistema di relazioni sociali, economiche e di potere messe in atto. In Africa la violenza è la violenza delle guerre civili e dei gruppi di criminali al potere; nel nostro mondo nasce dal malessere sociale, e nel caso del film, dal dolore precoce per la perdita di una persona cara a cui gli adulti non riescono a dare parole e consolazione. Inevitabile la riflessione che da quel genere di rapporti non sembra prospettarsi un altro mondo possibile, un mondo migliore.

In In un mondo migliore, il cui titolo originale danese è Haevnen (Vendetta) sono presenti tematiche che la regista ha trattato nei suoi precedenti film: Open Hearts (2002), Brothers (in italiano con l’orribile titolo Non desiderare la donna d’altri, 2004), Dopo il matrimonio (2006), e Noi due sconosciuti (2008).

Passato con successo al Toronto Film Festival, premiato con il Gran Premio della Giuria  e il Premio del Pubblico al Festival di Roma, il film è candidato all’Oscar 2011 per la Danimarca.

 

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