Lucrezia Marinelli

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Invito al matrimonio

 

 

 

Annemarie Jacir è una regista palestinese conosciuta a livello internazionale per il suo impegno politico a favore della sua terra, impegno che manifesta nella realizzazione di film e nella sua attività di produzione e distribuzione attraverso la Philistine Film, da lei creata per far conoscere la cinematografia palestinese indipendente. È autrice di numerosi film fra corti e lungometraggi e fra questi vorrei ricordare i pregevoli Salt of this Sea del 2008, prima regista palestinese ad essere selezionata a Cannes nella sezione Un Certain Regard e When I Saw You del 2012 premiato alla 63a Berlinale e candidato all’Oscar.

In questo suo ultimo lavoro, Wajib, premiato in numerosi festival, candidato all’Oscar 2018, e primo suo film ad avere una regolare distribuzione nelle sale, mette sulla scena un padre, Abu Shadi, stimato insegnante di Nazareth, e il figlio, Shadi, che vive e lavora in Italia.

L’occasione che li vede riuniti nella casa paterna è il matrimonio dell’amatissima figlia e sorella Amal. Insieme, i due, secondo una tradizione palestinese che ancora resiste compiono il wajib, il dovere da parte dei maschi della famiglia di consegnare direttamente agli invitati la partecipazione alle nozze.

Un rituale che li porta di casa in casa, fra parenti e amici, cristiani e musulmani, credenti e non; un viaggio che li vede confrontarsi con la realtà contraddittoria della città palestinese “situata dentro lo Stato di Israele” e “territorio occupato”.

E poi in macchina a proseguire le discussioni che frequentemente diventano litigi anche aspri, in cui passa di tutto: i ricordi e le storie familiari, le riflessioni sul passato e sul futuro in cui facilmente le idee e i desideri del padre, spesso convenzionali, si scontrano con le insofferenze e le posizioni moderne del figlio.

Parlare di futuro in una terra così difficile stimola il confronto fra padre e figlio spesso su posizioni opposte: la convivenza trova l’obiezione nelle umiliazioni costantemente subite, mentre la vita da esuli in un paese straniero, e loro lo sanno bene come lo sa bene la regista, non può che nutrirsi di nostalgia per un luogo ormai solo oggetto del desiderio. Solo l’amore per Amal ad un certo punto darà loro la possibilità di darsi reciprocamente una tregua.

Ammiro e nutro grande considerazione per l’opera di Annemarie Jacir. La sua filmografia e l’intera sua attività, costantemente centrati sul tema che tanto la coinvolge, sono ragguardevoli. Di Wajib ho apprezzato la sicurezza e bravura nel dirigere con serenità ed equilibrio un tema politico nodale della nostra storia contemporanea.

Ho avvertito però per tutta la durata del film la mancanza delle voci delle donne. Mi spiego: le donne sono presenti, fisicamente e nei discorsi e nel pensiero degli uomini, ma lo sono come brave o cattive madri, mogli o compagne più o meno amorevoli, amiche confidenti o sorelle da proteggere: dei complementi nella loro visione del mondo.

Le loro voci risultano un chiacchiericcio, un rumore di fondo che non rompe l’ininterrotto discorso maschile. Eppure le donne avrebbero molto da dire su tutti questi discorsi.

C’è un passaggio nel film, e non mi pare posto a caso, in cui Amal, rivolgendosi al fratello, che le aveva fatto notare come lei poco esprimesse i suoi pareri, gli dice: «Tutto questo non riguarda me, non l’hai ancora capito?» E penso si riferisse a ben altro che il matrimonio e a tutto il suo cerimoniale.

Di fatto, l’unica vera assente è la madre di Amal e Shadi che ha scelto di vivere la propria vita andandosene dalla famiglia e dal paese.

 

Silvana Ferrari

 

 

 

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