Lucrezia Marinelli

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Figlia mia

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Figlia mia

Regia: Laura Bispuri

 

di Silvana Ferrari

C’è qualcosa di spiazzante nell’ultimo lavoro di Laura Bispuri, Figlia mia, in concorso alla Berlinale in questi giorni.

Da spettatrice noto subito la schematicità della sceneggiatura, la regia ruvida e l’ambientazione in una Sardegna rurale, concentrato di tanti luoghi interni e di costa della nostra memoria. Ma il suo tema continua a frullarmi nella testa e non mi abbandona.

Sembrerebbe un film sulle madri, sull’essere madre. E questo di fatto occupa buona parte della narrazione. La storia di due madri che si contendono l’amore e l’attenzione della figlia: la madre biologica, Angelica, che l’ha affidata a Tina, che l’ha allevata e amata.

Di nuovo, trovo troppo rigida la polarizzazione dei due caratteri: da un lato la madre buona, accudente, devota in tutti i sensi – alla figlia, alla chiesa, al marito – dall’altro quella considerata puttana che si dà per un bicchiere di mirto, fragile e confusa, mossa dal desiderio di essere amata dagli uomini e quello di vivere liberamente – e spesso al limite – le proprie passioni e i propri desideri, fuori dai pregiudizi dei suoi compaesani. Da sottolineare l’intensa fisicità delle bravissime Golino e Rohrwacher, una tutta trattenuta e l’altra tutta urlata, in una grande interpretazione.

Poi, c’è la ragazzina contesa, Vittoria, una decenne timida e decisamente ingenua rispetto alla precocità delle sue coetanee; corpo minuto, infantile, con una distinguibilissima chioma rosseggiante, personaggio che comincia a prendere forma di soggetto, ad acquisire consistenza, volontà e desideri propri.

Allora è ancora altro ciò che la regista ci vuole raccontare. Ci vuole raccontare la ricerca necessaria di una figlia che passa dalla necessità di guardare le molte facce del materno che abbiamo assimilato, dall’urgenza di riconoscere tutti i modelli di donna che abbiamo introiettato e infine dal riconoscere quanto abbiamo elaborato di quella genealogia femminile che risale ai tempi dei tempi e che comprende anche le madri che, nel corso delle nostre vite, abbiamo incontrato e scelto. Sembra suggerirci che da lì si passa come da un passaggio obbligato, ma proprio da lì si può attingere per nutrire il nostro simbolico e la nostra libertà.

Uno spostamento psichico, un movimento, quello che avviene in Vittoria – più che nelle due madri – ben raffigurato dalla scena del suo ingresso nella buca e dalla sua successiva fuoriuscita a rappresentare la sua nuova nascita. Un passaggio e un cambiamento che si concretizzano nel suo desiderio di andare avanti, oltre la contesa delle sue due madri, e di cercare liberamente la propria strada, il proprio senso di essere, come significativamente rappresentato nella scena finale.

Laura Bispuri prosegue, dopo il suo primo lungometraggio, Vergine giurata, tratto dal bellissimo romanzo di Elvira Dones, la sua riflessione sulla ricerca di sé delle donne.

 

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