Lucrezia Marinelli

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Libere dissobbedienti innamorate - in Between

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Libere disobbedienti innamorate – In Between –

Bar Bahar

 

Premi:  Special Mention for Feature-length Fiction Film – Ht Audience Award for Best Feature Film

di Silvana Ferrari

 

Scrivendo la recensione del film mi piace più pensarlo con il suo titolo originale inglese, In Between (nel mezzo) o con quello arabo, Bar Bahar (fra mare e terra) che con quello ammiccante della distribuzione italiana.

Perché in quel ‘nel mezzo’ si trovano Laila, Salma e Nour, le tre giovani protagoniste del film di esordio di Maysaloun Hamoud, regista e sceneggiatrice di origine palestinese: fra una società patriarcale e misogina e il grande e vitale desiderio di essere pienamente loro stesse; fra il passato della tradizione a cui le loro famiglie, musulmane e cristiane, si affidano e un futuro tutto loro da creare; ‘in mezzo’, come donne palestinesi, in una società israeliana, fra uomini, a parole, moderni ed emancipati, che si trasformano, di fronte alla libertà delle donne, in paladini delle regole del buon comportamento e della tradizione o nelle loro versioni violente. Quel ‘in mezzo’ in cui si trova la stessa regista che vuole raccontare la sua generazione di trentenni palestinesi, cresciuta dopo la Seconda Intifada e partecipe delle Primavere Arabe, di cui poco si parla e si conosce. Donne e uomini schierati contro la guerra e il terrorismo che condividono con donne e uomini israeliani, oltre gli spazi e i luoghi, il desiderio di pace e di convivenza, in una città, Tel Aviv, dinamica, tollerante, ricca di opportunità di lavoro, di studio e di divertimento, meta dei giovani da tutte le parti del paese.

Significative le scelte dei luoghi: l’appartamento, condiviso da Laila, Salma e Nour, è nel quartiere yemenita di Manshiyya, a due passi dalla Moschea di Hassan Beck, uno dei luoghi caldi della Seconda Intifada; i locali delle feste, balli bevute e altro, sono i ritrovi più frequentati dalla gioventù etero e gay e lesbica arabo-israeliana. Lo stesso per i luoghi di provenienza delle tre giovani: Nour viene da Umm-al Fahm, un villaggio palestinese di musulmani ortodossi, Laila da Nazareth e Salma da Tarshiha, da una famiglia cristiana. Le musiche della colonna sonora, altrettanto importanti – e come non potrebbero esserlo visto che il sogno di Salma è di diventare una DJ di grandi rave – sono dei Dam, una band palestinese che suona in Israele e Haziza è la canzone hit della star libanese Yasmine Hamdan.

Anche Salma, Laila e Nour, compagne di appartamento, hanno scelto Tel Aviv per ritagliarsi un loro spazio di libertà dopo essersi allontanate dalle loro famiglie e dai loro villaggi, rompendo con il passato.

Laila è avvocata, uno spirito libero, trasgressivo, vuole esprimere se stessa senza compromessi né mezze misure, senza scusarsi per quello che è. Disincantata, resta comunque un’irriducibile romantica che desidera l’amore, nonostante gli uomini continuino a deluderla.

Salma è lesbica, si mantiene facendo la barista mentre si prepara a diventare una grande DJ. Ha rotto con i suoi che la volevano sposa felice in un matrimonio combinato o pazza e chiusa in un manicomio, alla notizia delle sue preferenze sessuali.

Nour sta per laurearsi in informatica, è musulmana osservante, fidanzata con un rigido integralista ipocrita, però sotto il copricapo i suoi occhi brillano di curiosità, carichi di desideri e di voglia di vivere. Il carattere, fra le tre, apparentemente più docile, rivelerà la forza della sua determinazione.

Fra la scena iniziale – una vecchia recita alla neosposa i consigli per compiacere il marito – e quella finale con camera fissa sulle tre amiche, entrambe immagini di grande efficacia, il film racconta il loro difficile percorso per essere loro stesse, senza compromessi e finzioni e la nascita di un’amicizia profonda, preziosa e solidale.

Un bell’esordio, premiato ai festival internazionali di Toronto, S. Sebastian e Haifa, vibrante di vitalità e di energia esaltate da una fotografia che sa fare buon uso dei colori; una storia inusuale, fuori dalle abituali rappresentazioni della realtà palestinese e dell’immaginario costruito su di essa.

 

 

 

 

 

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