Lucrezia Marinelli

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Bling Ring (The)

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                                                                                       Regia e SceneggiaturaSophia Coppola

                                                                                               Recensione di Silvana Ferrari

Viviamo tempi orribili come bene hanno sottolineato parecchi interventi al recente incontro  di  Paestum e come sembra pensarlo Sophia Coppola nel suo ultimo lavoro The Bling Ring.

 Il film è il racconto di un fatto di cronaca che ha fatto discutere l’America: quattro ragazze e un ragazzo, tutti diciassettenni, condannati a pene severe per aver rubato, dopo essersi introdotti con facilità nelle case delle cosiddette celebrities, vestiti, pellicce, gioielli e quant’altro, per un valore di oltre tre milioni di dollari. Poco interessati al ricavato dei furti, il loro desiderio,  un concentrato di erotismo adolescenziale, si appagava  nell’indossare quei capi, nel respirare l’atmosfera delle case dei loro miti e immaginare di vivere le loro vite o comunque in loro prossimità; e in seconda battuta,  non meno significativa, mostrarsi agli amici, ai compagni di scuola e sulla rete onnipresenzialista: una visibilità pagata con la cattura. Non erano poveri: vivevano con le loro famiglie in  quartieri esclusivi di Los Angeles.

Mostrare come il mondo della finzione sommerga tutte/i, ci infili nella rete dei vari facebookes, del mondo dei media, sostituendosi  alle relazioni personali, ai rapporti che generano le nostre esistenze e che permettono di percorrere le nostre vite  in una stretta relazione e in dipendenza con altri corpi e menti umani, è  l’esito amaramente preoccupato del film.

L’adolescenza, tempo della vita caro alla regista, momento di transizione, di passaggio,  di ribellione diventa per quelle ragazze e quel ragazzo, la ricerca di un’esistenza  in cui  recitare ruoli, preferendo stare in una realtà di  finzione generata da un sistema che della finzione prospera, capace com’è di produrre ricchezze vere e  illimitate a disposizione di pochi.

Lo sguardo e la riflessione originali di Sophia Coppola arricchiscono l’analisi  partita qualche anno fa sui loghi, sul loro potere e  come essi possano diventare la risposta fasulla al bisogno di esistenza simbolica che è bisogno di esserci per sé e per gli altri, fedelmente alla nostra esperienza, come scriveva Lia Cigarini su Via Dogana 56-57 - anche in C’è una bella differenza  (et. al, 2013) – in un dibattito a distanza con Naomi Klein.

Esperienza totalmente assente nei giovani protagonisti del film.

 

 

 

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