Lucrezia Marinelli

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Vita a volte è sopportabile (La)

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La vita a volte è sopportabile

Ritratto ironico di Wistawa Szymborska

Regia: Katarzyna Kolenda-Zaleska

 

Il poeta di oggi è scettico e diffidente persino –o forse soprattutto- nei confronti di se stesso.

In pubblico non dichiara volentieri di essere un poeta – come se un po’ se ne vergognasse.

Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile confessare i propri difetti, basta presentarli in maniera efficace, e molto più difficile i propri pregi, perché neppure noi stessi ci crediamo fino in fondo. Nelle interviste o nelle conversazioni occasionali, quando il poeta deve necessariamente definire la propria occupazione, si presenta con un generico “letterato” oppure menziona un secondo lavoro. La notizia di avere a che fare con un poeta viene accolta dall’impiegato o dal vicino in autobus con un pizzico d’incredulità e d’inquietudine. Ho l’impressione che anche il filosofo susciti un simile imbarazzo. Ma è comunque in una posizione migliore, perché in genere ha la possibilità di svolgere la propria professione in possesso di qualche titolo accademico. Professore di filosofia – suona già molto serio.

E invece non ci sono professori di poesia. Se così fosse, vorrebbe dire che si tratta di una professione che richiede studi specialistici, esami superati con regolarità, dissertazioni teoriche con tanto di bibliografia e note, e infine una cerimonia per il conseguimento dei diplomi. E questo significherebbe che per diventare poeta non bastano fogli di carta riempiti di poesie, non importa quanto straordinarie, ma che è necessario, soprattutto, un qualche foglietto con un timbro.

Si producono in continuazione film sulla vita di grandi scienziati e grandi artisti. I registi più ambiziosi cercano di riprodurre in modo convincente il processo creativo che ha portato a importanti scoperte scientifiche o alla creazione delle opere d’arte più famose. Il lavoro di alcuni scienziati può essere rappresentato con un certo successo: i laboratori, gli strumenti più strani, tutti questi meccanismi in movimento riescono a tener viva l’attenzione degli spettatori per un certo tempo. Ci sono inoltre gli attimi drammatici dell’insicurezza: l’esperimento ripetuto per la millesima volta, solo con una minima modifica, porterà finalmente al risultato tanto atteso? I film sui pittori riescono ad essere particolarmente spettacolari: si possono osservare tutte le fasi della creazione di un quadro, dal primo tratto fino all’ultimo tocco di pennello. I film sui compositori sono inondati di musica – dalle prime battute che il musicista sente dentro di sé, fino alla forma matura della partitura completa. Tutto questo è decisamente ingenuo e non dice niente su quello strano stato d’animo comunamente noto come ispirazione, ma almeno c’è di che guardare e di che ascoltare.

Con i poeti è molto peggio. Il loro lavoro non è minimamente fotogenico. Un uomo seduto al tavolino, o sdraiato su un divano, tiene lo sguardo fisso al soffitto o su una parete, di tanto in tanto scrive sette versi, dopo un quarto d’ora ne cancella uno, e di nuovo passa un’ora senza che accada nulla…Chi resisterebbe a guardare una cosa simile?

Ho fatto riferimento all’ispirazione. Alla domanda su cosa sia, i poeti contemporanei danno risposte evasive. Non perché non abbiamo mai sentito il beneficio di questo impulso interiore. Il motivo è un altro. E’ difficile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo.

Anch’io, quando mi chiedono di parlare, la prendo larga. Rispondo così: l’inspirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti. C’è, c’è stato, ci sarà sempre un certo gruppo di persone visitate dall’ispirazione. Sono tutti quelli che, consapevolmente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Possono essere medici, pedagoghi, possono essere giardinieri o fare ancora centinaia di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un piacere ininterrotto, se soltanto riescono a scorgervi una sfida sempre nuova. Nonostante le difficoltà e le sconfitte la loro curiosità non viene meno. Ad ogni problema risolto si alza uno sciame di nuove domande. L’ispirazione, qualunque sia, nasce da un’incessante “non so”.

Per questo apprezzo così tanto queste due parole “non so”. Piccole, ma ali forti. Parole che estendono la vita nei territori che si trovano dentro di noi così come negli spazi in cui è sospesa la nostra esile Terra.

Anche il poeta, se è davvero un poeta, deve continuamente ripetersi “non so”. Con ogni poesia prova a darsi una risposta, ma non fa in tempo a mettere a punto che già viene preso dall’incertezza, già comincia a credere che anche questa sia una risposta provvisoria e totalmente inadeguata.

Quindi riprova e riprova fino al giorno in cui gli storici della letteratura riuniranno con un fermaglio le successive prove della sua insoddisfazione chiamandole “patrimonio artistico”.

 

Nella lingua comune, che non si sofferma su ogni parola, tutti usiamo espressioni come “il mondo normale”, la vita normale”, “il normale corso degli eventi”… Invece nella lingua della poesia, dove ogni parola conta, nulla è normale o semplice. Nessun sasso e nessuna nuvola che gli sta sopra. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto non esiste alcun nulla su questa terra.

Sembra proprio che i poeti avranno sempre molto da fare.

 

 

Discorso tenuto da Wistawa Szimborska in occasione del Premio Nobel 1996.

 

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