Lucrezia Marinelli

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Miele

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Che cosa spinge oggi una giovane trentenne bella e vitale a diventare “l’angelo della buona morte”, una “accabadora”?

Il tema delicatissimo del film Miele, esordio alla regia di Valeria Golino, è svolto in equilibrio, su un crinale sottilissimo fra diritti e etica, affermazione potente della vita e scelte individuali rispetto alla stessa, e in cui la complessità, le ambiguità e le incertezze di un tale soggetto  trovano rappresentazione nella figura di Irene, nome in codice Miele, protagonista plasmata dal lavoro di tre sceneggiatrici - la stessa Golino, Francesca Marciano e Valia Santella – sul romanzo A nome tuo di Mauro Covacich e ben resa da Jasmine Trinca che sa mescolare tenera fragilità a distaccata durezza.

Se per Miele, è un lavoro, illegale, clandestino, con una doppia vita e non  un’ideologia o una fede, a muoverla in realtà è la rabbia, un grumo di dolore antico: il ricordo della madre distrutta dalla malattia, che  lucidamente chiedeva una morta dignitosa.

Ma Irene-Miele non può a lungo guardare negli occhi, che abbandonano la vita, chi altrimenti avrebbe voluto viverla, senza essere coinvolta a sostenere il carico di simili sofferenze,  seppur la fine avviene nelle forme professionalmente più neutre e apparentemente asettiche; o senza essere assalita da dubbi che incrinano le pochissime ma solide convinzioni di sempre che la muovono nel suo agire. E non bastano poi lo stordirsi in estenuanti nuotate, le corse sfrenate in bicicletta con la musica a palla e il sesso senza sentimenti per sentirsi viva.

A provocare in Miele sensibili e decisivi spostamenti verso il cambiamento  saranno proprio gli incontri e le relazioni, che pure in momenti così drammatici riesce a intrecciare, che la spingeranno a un diverso guardarsi dentro, a un nuovo interrogarsi,  a darsi altre prospettive sciogliendo i nodi con il passato.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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