Lucrezia Marinelli

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Destino nel nome (Il)

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                                                                        Regia di Mira Nair

                                                Recensione di Alessandra De Luca - Ciak giugno 2006

 

 

 

 

Tradizioni e nuove identità, caso e destino a cavallo tra due culture, due generazioni e due continenti, l’Asia e l’America. Dopo Vanity Fair, Mira Nair, leonessa d’oro con Monsoon Wedding, torna a calcare terreni a lei più congeniali e a partire dal romanzo di Jhumpa Lahiri. L’omonimo (ma c’è qualcosa anche dell’altro libro della scrittrice Pulitzer, (L’interprete dei malanni) affronta tra spettacolari cerimonie e voci lontane sempre presenti i temi dell’immigrazione e dell’integrazione, del matrimonio e della morte interrogandosi sulla natura della famiglia globale. Dopo la celebrazione del loro matrimonio combinato Ashoke (Irfan Khan) e Ashima (Tabu, una vera star in India) abbandonano la soffocante Calcutta per approdare in una New York sepolta dalla neve, un “nuovomondo” dove, sconosciuti l’una dall’altra, iniziano la loro vita insieme tra la vertigine e lo stordimento che afferra gli immigrati con il cuore altrove. Nella fretta di dare un nome al loro primogenito. Ashoke decide di chiamarlo Gogol, come il celebre autore russo de Il cappotto, un libro che rievoca il passato segreto e il desiderio di un futuro migliore. Ma quel bambino dal nome bizzarro che presto diventerà un adolescente americano di prima generazione (Kal Penn) dovrà scoprire il proprio personalissimo percorso, dall’oblio delle proprie radici alla loro dolorosa riscoperta, per riuscire a scorgere i sottili legami tra il mondo che i suoi genitori si sono lasciati alle spalle e la nuova realtà che gli si spalanca davanti.

Nata e cresciuta in India per poi trasferirsi negli Stati Uniti, la Nair trae grande ispirazione dalla letteratura del proprio paese, cita Anita Desai e Amitav Gosh e racconta quanto diverso sia lavorare nella sua patria adottiva. Quando giro in India mi lascio trascinare dalla strada.

Se Water di Deepa Mehta mostra quanto sia difficile in India la vita delle donne rimaste vedove, la Nair offre uno sguardo diverso su una realtà famigliare e sociale ricca comunque di contraddizioni. “Mi sono trasferita in America per studiare, ma molte donne indiane arrivano negli Usa grazie a matrimoni combinati dalle famiglie. Non bisogna però giudicare questo fenomeno con occhi occidentali. Le donne possono rifiutare il marito che i genitori hanno loro suggerito e non bisogna dimenticare che lo scopo delle famiglie e quello di rendere il matrimonio un evento meno traumatico possibile scegliendo sposi e spose non troppo lontani dagli ambienti in cui sono

cresciuti i propri figli”. E a proposito delle opportunità offerte in India al gentil sesso la Nair aggiunge: “Nel mio paese le donne hanno paradossalmente accesso ai posti di comando nel campo politico, economico, industriale. E anche nel mondo del cinema possiamo vantare un discreto potere.. In generale credo che l’India stia vivendo un grande momento di espansione economica e culturale. In passato i giovani che andavano a studiare all’estero non tornavano più a casa, adesso invece accade il contrario e chi emigra non vede l’ora poi di cominciare con qualcosa di nuovo in patria”.

 

 

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