Lucrezia Marinelli

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Reynalda del Carmen, my madre y Yo

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Regia di Lorena Giachino Torréns

Circolo della rosa - 15 novembre 2008 - Presentazione di Luciana Tavernini

 

Nell’introduzione al documentario non vi dirò nulla della trama per lasciarvi intatta la sorpresa della visione, ma voglio indicarvi quello che, secondo me, ha permesso alla regista di realizzarlo, quelle  pratiche che ne hanno determinato l’originalità e vi indicherò, dato che ci troviamo in una libreria, anche i libri che hanno contribuito a queste riflessioni.

Innanzi tutto ho sentito una forte consonanza con il lavoro che come Comunità di storia stiamo facendo sulla STORIA VIVENTE, dove la storia della storica, anzi la parte più oscura, quella che costituisce un nodo non ancora messo in parole non solo è il punto di partenza, ma, indagata, può portare a un nuovo simbolico, cioè a parole che possono illuminare il nostro presente. E’ una pratica usata e mostrata da Marirì Martinengo nel suo libro “La voce del silenzio”, ripresa da María Milagros Rivera Garretas sia qui che a Roma nel Convegno delle filosofe, i cui atti sono pubblicati nel volume “Il pensiero dell’esperienza” che presenteremo al Circolo il 7 febbraio.

E’ una storia dove si supera la separazione tra soggetto, chi è attivo e indaga nel passato, e oggetto passivo che si fa descrivere e definire, dove l’esperienza umana vissuta da chi scrive, e nel caso di Lorena Giachino Torréns fa un documentario e usa il linguaggio cinematografico, non è separata dalla storia che presenta. L’oggettività, che non va confusa con la fedeltà alle fonti e la loro valutazione critica, fa perdere il legame tra ciò che avviene e le donne e gli uomini che vivono e riferiscono quegli avvenimenti, un legame che invece nella vita è inscindibile. Fa sì che la storia ci appaia come qualcosa di morto e mortifero. In questo documentario, invece, autobiografia, biografia e storia collettiva sono in continuo vivificante dialogo.

Inoltre nessuno viene trasformato in personaggio, in icona conclusa, ma entrando nelle viscere del tempo, del suo tempo, la regista le apre di nuovo alla vita e al suo scorrere, smuovendo anche noi.

Qui il tempo non è una linea retta dal passato al futuro,  non è neppure il tempo immobile di tutti gli assolutismi che ci vogliono inchiodare in un eterno presente, quello del sogno di potere del dittatore che non ne ammette altri, ma è  un tempo curvilineo e molteplice, che si sposta in avanti per poi ritornare indietro in continui movimenti che si aprono all’essenza della vita che è continua apertura, trascendenza, eccedenza. Anche la nostra vita individuale diventa un inferno se dimentichiamo di rinnovarci ogni giorno “in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste” per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita”.

Quale capacità umana Lorena Giachino Torréns mette in gioco per costruire le relazioni che le hanno permesso questo suo lavoro.  Mi affido di nuovo al pensiero di María Zambrano come ci è stato presentato da Annarosa Buttarelli. Usa la Pietà, cioè “il saper trattare adeguatamente l’altro”, senza schematizzarlo in un’astrazione. Oppure, con Edith Stein, possiamo parlare di empatia, una capacità complessa, ben analizzata da Laura Boella, che possiamo consapevolmente sviluppare. In parole semplici l’empatia è il sapersi mettere nei panni dell’altro, senza credere di diventare o sovrapporsi all’altro. Oggi sappiamo, grazie alla scoperta dei neuroni a specchio, che vi è una base neurologica ma non basta, richiede che sviluppiamo l’immaginazione non per immedesimarci ma per leggere più in profondità ciò che accade nell’incontro, per modificarci in modo imprevisto e libero, per salvarci dall’indifferenza e scoprire la nostra comune umanità.

Infine voglio sottolineare la modalità con cui la regista porta alla luce esperienza che ci mostra. E’ molto simile alla pratica politica delle donne di “raccontare l’esperienza”. Si tratta di narrare ad altre e con altre la propria esperienza con la fiducia di poterla interpretare. L’atto del narrare qui ed ora  fa’ in modo che l’esperienza narrata possa prendere una nuova forma, uscire dalle modalità di interpretazione già date e costruire un nuovo simbolico, cioè contribuire a dare un senso diverso a quello che è capitato e ci sta capitando.

Come dice Luisa Muraro, la narrazione ha caratteristiche particolari: è un “evento di cui i partecipanti (le partecipanti, nel caso che ci interessa) fanno esperienza insieme, per cui all’esperienza vissuta, nell’atto di diventare esperienza raccontata subentra, insieme all’attività di ricordare, raccontare, ascoltare, anche l’esperienza vissuta, qui ed ora, dai partecipanti all’atto della narrazione”. Riferendosi all’esperienza femminista, Muraro fa presente che con questa pratica si è dato “libero corso al significarsi di un’esperienza altrimenti taciuta, ignorata  o malintesa”. Anche qui vi è un’esperienza che viene significata in modo nuovo.

Vi invito a guardare questo documentario proprio per vedere se anche per voi modifica il senso di quegli avvenimenti, se vi apre nuove domande sull’oggi.

 

 

 

 

 

 

Reynalda del Carmen, my madre y Yo di Lorena Giachino Torréns (85’,Cile, 2006)[1]

Circolo della rosa - 15 novembre 2008 - Presentazione di Luciana Tavernini

 

Nell’introduzione al documentario non vi dirò nulla della trama per lasciarvi intatta la sorpresa della visione, ma voglio indicarvi quello che, secondo me, ha permesso alla regista di realizzarlo, quelle  pratiche che ne hanno determinato l’originalità e vi indicherò, dato che ci troviamo in una libreria, anche i libri che hanno contribuito a queste riflessioni.

Innanzi tutto ho sentito una forte consonanza con il lavoro che come Comunità di storia stiamo facendo sulla STORIA VIVENTE, dove la storia della storica, anzi la parte più oscura, quella che costituisce un nodo non ancora messo in parole non solo è il punto di partenza, ma, indagata, può portare a un nuovo simbolico, cioè a parole che possono illuminare il nostro presente. E’ una pratica usata e mostrata da Marirì Martinengo nel suo libro “La voce del silenzio”[2], ripresa da María Milagros Rivera Garretas sia qui [3]che a Roma nel Convegno delle filosofe, i cui atti sono pubblicati nel volume “Il pensiero dell’esperienza”[4] che presenteremo al Circolo il 7 febbraio.

E’ una storia dove si supera la separazione tra soggetto, chi è attivo e indaga nel passato, e oggetto passivo che si fa descrivere e definire, dove l’esperienza umana vissuta da chi scrive, e nel caso di Lorena Giachino Torréns fa un documentario e usa il linguaggio cinematografico, non è separata dalla storia che presenta. L’oggettività, che non va confusa con la fedeltà alle fonti e la loro valutazione critica, fa perdere il legame tra ciò che avviene e le donne e gli uomini che vivono e riferiscono quegli avvenimenti, un legame che invece nella vita è inscindibile. Fa sì che la storia ci appaia come qualcosa di morto e mortifero. In questo documentario, invece, autobiografia, biografia e storia collettiva sono in continuo vivificante dialogo.

Inoltre nessuno viene trasformato in personaggio, in icona conclusa, ma entrando nelle viscere del tempo, del suo tempo, la regista le apre di nuovo alla vita e al suo scorrere, smuovendo anche noi.

Qui il tempo non è una linea retta dal passato al futuro,  non è neppure il tempo immobile di tutti gli assolutismi che ci vogliono inchiodare in un eterno presente, quello del sogno di potere del dittatore che non ne ammette altri, ma è  un tempo curvilineo e molteplice, che si sposta in avanti per poi ritornare indietro in continui movimenti che si aprono all’essenza della vita che è continua apertura, trascendenza, eccedenza. Anche la nostra vita individuale diventa un inferno se dimentichiamo di rinnovarci ogni giorno “in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste”[5]per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita” [6].

Quale capacità umana Lorena Giachino Torréns mette in gioco per costruire le relazioni che le hanno permesso questo suo lavoro.  Mi affido di nuovo al pensiero di María Zambrano come ci è stato presentato da Annarosa Buttarelli[7]. Usa la Pietà, cioè “il saper trattare adeguatamente l’altro”[8], senza schematizzarlo in un’astrazione. Oppure, con Edith Stein, possiamo parlare di empatia, una capacità complessa, ben analizzata da Laura Boella[9], che possiamo consapevolmente sviluppare. In parole semplici l’empatia è il sapersi mettere nei panni dell’altro, senza credere di diventare o sovrapporsi all’altro. Oggi sappiamo, grazie alla scoperta dei neuroni a specchio, che vi è una base neurologica ma non basta, richiede che sviluppiamo l’immaginazione non per immedesimarci ma per leggere più in profondità ciò che accade nell’incontro, per modificarci in modo imprevisto e libero, per salvarci dall’indifferenza e scoprire la nostra comune umanità.

Infine voglio sottolineare la modalità con cui la regista porta alla luce esperienza che ci mostra. E’ molto simile alla pratica politica delle donne di “raccontare l’esperienza”. Si tratta di narrare ad altre e con altre la propria esperienza con la fiducia di poterla interpretare. L’atto del narrare qui ed ora  fa’ in modo che l’esperienza narrata possa prendere una nuova forma, uscire dalle modalità di interpretazione già date e costruire un nuovo simbolico, cioè contribuire a dare un senso diverso a quello che è capitato e ci sta capitando.

Come dice Luisa Muraro, la narrazione ha caratteristiche particolari: è un “evento di cui i partecipanti (le partecipanti, nel caso che ci interessa) fanno esperienza insieme, per cui all’esperienza vissuta, nell’atto di diventare esperienza raccontata subentra, insieme all’attività di ricordare, raccontare, ascoltare, anche l’esperienza vissuta, qui ed ora, dai partecipanti all’atto della narrazione”.[10] Riferendosi all’esperienza femminista, Muraro fa presente che con questa pratica si è dato “libero corso al significarsi di un’esperienza altrimenti taciuta, ignorata  o malintesa”. Anche qui vi è un’esperienza che viene significata in modo nuovo.

Vi invito a guardare questo documentario proprio per vedere se anche per voi modifica il senso di quegli avvenimenti, se vi apre nuove domande sull’oggi.

 


 

 

 

 

Reynalda del Carmen, my madre y Yo di Lorena Giachino Torréns (85’,Cile, 2006)[1]

Circolo della rosa - 15 novembre 2008 - Presentazione di Luciana Tavernini

 

Nell’introduzione al documentario non vi dirò nulla della trama per lasciarvi intatta la sorpresa della visione, ma voglio indicarvi quello che, secondo me, ha permesso alla regista di realizzarlo, quelle  pratiche che ne hanno determinato l’originalità e vi indicherò, dato che ci troviamo in una libreria, anche i libri che hanno contribuito a queste riflessioni.

Innanzi tutto ho sentito una forte consonanza con il lavoro che come Comunità di storia stiamo facendo sulla STORIA VIVENTE, dove la storia della storica, anzi la parte più oscura, quella che costituisce un nodo non ancora messo in parole non solo è il punto di partenza, ma, indagata, può portare a un nuovo simbolico, cioè a parole che possono illuminare il nostro presente. E’ una pratica usata e mostrata da Marirì Martinengo nel suo libro “La voce del silenzio”[2], ripresa da María Milagros Rivera Garretas sia qui [3]che a Roma nel Convegno delle filosofe, i cui atti sono pubblicati nel volume “Il pensiero dell’esperienza”[4] che presenteremo al Circolo il 7 febbraio.

E’ una storia dove si supera la separazione tra soggetto, chi è attivo e indaga nel passato, e oggetto passivo che si fa descrivere e definire, dove l’esperienza umana vissuta da chi scrive, e nel caso di Lorena Giachino Torréns fa un documentario e usa il linguaggio cinematografico, non è separata dalla storia che presenta. L’oggettività, che non va confusa con la fedeltà alle fonti e la loro valutazione critica, fa perdere il legame tra ciò che avviene e le donne e gli uomini che vivono e riferiscono quegli avvenimenti, un legame che invece nella vita è inscindibile. Fa sì che la storia ci appaia come qualcosa di morto e mortifero. In questo documentario, invece, autobiografia, biografia e storia collettiva sono in continuo vivificante dialogo.

Inoltre nessuno viene trasformato in personaggio, in icona conclusa, ma entrando nelle viscere del tempo, del suo tempo, la regista le apre di nuovo alla vita e al suo scorrere, smuovendo anche noi.

Qui il tempo non è una linea retta dal passato al futuro,  non è neppure il tempo immobile di tutti gli assolutismi che ci vogliono inchiodare in un eterno presente, quello del sogno di potere del dittatore che non ne ammette altri, ma è  un tempo curvilineo e molteplice, che si sposta in avanti per poi ritornare indietro in continui movimenti che si aprono all’essenza della vita che è continua apertura, trascendenza, eccedenza. Anche la nostra vita individuale diventa un inferno se dimentichiamo di rinnovarci ogni giorno “in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste”[5]per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita” [6].

Quale capacità umana Lorena Giachino Torréns mette in gioco per costruire le relazioni che le hanno permesso questo suo lavoro.  Mi affido di nuovo al pensiero di María Zambrano come ci è stato presentato da Annarosa Buttarelli[7]. Usa la Pietà, cioè “il saper trattare adeguatamente l’altro”[8], senza schematizzarlo in un’astrazione. Oppure, con Edith Stein, possiamo parlare di empatia, una capacità complessa, ben analizzata da Laura Boella[9], che possiamo consapevolmente sviluppare. In parole semplici l’empatia è il sapersi mettere nei panni dell’altro, senza credere di diventare o sovrapporsi all’altro. Oggi sappiamo, grazie alla scoperta dei neuroni a specchio, che vi è una base neurologica ma non basta, richiede che sviluppiamo l’immaginazione non per immedesimarci ma per leggere più in profondità ciò che accade nell’incontro, per modificarci in modo imprevisto e libero, per salvarci dall’indifferenza e scoprire la nostra comune umanità.

Infine voglio sottolineare la modalità con cui la regista porta alla luce esperienza che ci mostra. E’ molto simile alla pratica politica delle donne di “raccontare l’esperienza”. Si tratta di narrare ad altre e con altre la propria esperienza con la fiducia di poterla interpretare. L’atto del narrare qui ed ora  fa’ in modo che l’esperienza narrata possa prendere una nuova forma, uscire dalle modalità di interpretazione già date e costruire un nuovo simbolico, cioè contribuire a dare un senso diverso a quello che è capitato e ci sta capitando.

Come dice Luisa Muraro, la narrazione ha caratteristiche particolari: è un “evento di cui i partecipanti (le partecipanti, nel caso che ci interessa) fanno esperienza insieme, per cui all’esperienza vissuta, nell’atto di diventare esperienza raccontata subentra, insieme all’attività di ricordare, raccontare, ascoltare, anche l’esperienza vissuta, qui ed ora, dai partecipanti all’atto della narrazione”.[10] Riferendosi all’esperienza femminista, Muraro fa presente che con questa pratica si è dato “libero corso al significarsi di un’esperienza altrimenti taciuta, ignorata  o malintesa”. Anche qui vi è un’esperienza che viene significata in modo nuovo.

Vi invito a guardare questo documentario proprio per vedere se anche per voi modifica il senso di quegli avvenimenti, se vi apre nuove domande sull’oggi.

 


 

 

 

 

Reynalda del Carmen, my madre y Yo di Lorena Giachino Torréns (85’,Cile, 2006)[1]

Circolo della rosa - 15 novembre 2008 - Presentazione di Luciana Tavernini

 

Nell’introduzione al documentario non vi dirò nulla della trama per lasciarvi intatta la sorpresa della visione, ma voglio indicarvi quello che, secondo me, ha permesso alla regista di realizzarlo, quelle  pratiche che ne hanno determinato l’originalità e vi indicherò, dato che ci troviamo in una libreria, anche i libri che hanno contribuito a queste riflessioni.

Innanzi tutto ho sentito una forte consonanza con il lavoro che come Comunità di storia stiamo facendo sulla STORIA VIVENTE, dove la storia della storica, anzi la parte più oscura, quella che costituisce un nodo non ancora messo in parole non solo è il punto di partenza, ma, indagata, può portare a un nuovo simbolico, cioè a parole che possono illuminare il nostro presente. E’ una pratica usata e mostrata da Marirì Martinengo nel suo libro “La voce del silenzio”[2], ripresa da María Milagros Rivera Garretas sia qui [3]che a Roma nel Convegno delle filosofe, i cui atti sono pubblicati nel volume “Il pensiero dell’esperienza”[4] che presenteremo al Circolo il 7 febbraio.

E’ una storia dove si supera la separazione tra soggetto, chi è attivo e indaga nel passato, e oggetto passivo che si fa descrivere e definire, dove l’esperienza umana vissuta da chi scrive, e nel caso di Lorena Giachino Torréns fa un documentario e usa il linguaggio cinematografico, non è separata dalla storia che presenta. L’oggettività, che non va confusa con la fedeltà alle fonti e la loro valutazione critica, fa perdere il legame tra ciò che avviene e le donne e gli uomini che vivono e riferiscono quegli avvenimenti, un legame che invece nella vita è inscindibile. Fa sì che la storia ci appaia come qualcosa di morto e mortifero. In questo documentario, invece, autobiografia, biografia e storia collettiva sono in continuo vivificante dialogo.

Inoltre nessuno viene trasformato in personaggio, in icona conclusa, ma entrando nelle viscere del tempo, del suo tempo, la regista le apre di nuovo alla vita e al suo scorrere, smuovendo anche noi.

Qui il tempo non è una linea retta dal passato al futuro,  non è neppure il tempo immobile di tutti gli assolutismi che ci vogliono inchiodare in un eterno presente, quello del sogno di potere del dittatore che non ne ammette altri, ma è  un tempo curvilineo e molteplice, che si sposta in avanti per poi ritornare indietro in continui movimenti che si aprono all’essenza della vita che è continua apertura, trascendenza, eccedenza. Anche la nostra vita individuale diventa un inferno se dimentichiamo di rinnovarci ogni giorno “in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste”[5]per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita” [6].

Quale capacità umana Lorena Giachino Torréns mette in gioco per costruire le relazioni che le hanno permesso questo suo lavoro.  Mi affido di nuovo al pensiero di María Zambrano come ci è stato presentato da Annarosa Buttarelli[7]. Usa la Pietà, cioè “il saper trattare adeguatamente l’altro”[8], senza schematizzarlo in un’astrazione. Oppure, con Edith Stein, possiamo parlare di empatia, una capacità complessa, ben analizzata da Laura Boella[9], che possiamo consapevolmente sviluppare. In parole semplici l’empatia è il sapersi mettere nei panni dell’altro, senza credere di diventare o sovrapporsi all’altro. Oggi sappiamo, grazie alla scoperta dei neuroni a specchio, che vi è una base neurologica ma non basta, richiede che sviluppiamo l’immaginazione non per immedesimarci ma per leggere più in profondità ciò che accade nell’incontro, per modificarci in modo imprevisto e libero, per salvarci dall’indifferenza e scoprire la nostra comune umanità.

Infine voglio sottolineare la modalità con cui la regista porta alla luce esperienza che ci mostra. E’ molto simile alla pratica politica delle donne di “raccontare l’esperienza”. Si tratta di narrare ad altre e con altre la propria esperienza con la fiducia di poterla interpretare. L’atto del narrare qui ed ora  fa’ in modo che l’esperienza narrata possa prendere una nuova forma, uscire dalle modalità di interpretazione già date e costruire un nuovo simbolico, cioè contribuire a dare un senso diverso a quello che è capitato e ci sta capitando.

Come dice Luisa Muraro, la narrazione ha caratteristiche particolari: è un “evento di cui i partecipanti (le partecipanti, nel caso che ci interessa) fanno esperienza insieme, per cui all’esperienza vissuta, nell’atto di diventare esperienza raccontata subentra, insieme all’attività di ricordare, raccontare, ascoltare, anche l’esperienza vissuta, qui ed ora, dai partecipanti all’atto della narrazione”.[10] Riferendosi all’esperienza femminista, Muraro fa presente che con questa pratica si è dato “libero corso al significarsi di un’esperienza altrimenti taciuta, ignorata  o malintesa”. Anche qui vi è un’esperienza che viene significata in modo nuovo.

Vi invito a guardare questo documentario proprio per vedere se anche per voi modifica il senso di quegli avvenimenti, se vi apre nuove domande sull’oggi.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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