Lucrezia Marinelli

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Angèle et Tony

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Regia di Alix Delaporte

Recensione di Silvana Ferrari       

Ci sono storie che fin dalle prime battute portano dentro di sé il segno della loro fine; una sensazione  percepita  e  sovente temuta di fronte alla visione  di film a regia femminile.  Nella recente produzione una simile impressione sembra verificarsi meno: le registe, riservando alle protagoniste possibilità e destini inaspettati, danno la misura del cambiamento in atto   e fanno girare al contrario quanto è posto nelle premesse.  Questo accade  in Angèle et Tony, primo lungometraggio di fiction della regista indipendente Alix Delaporte presentato alla Settimana della Critica del Festival del Cinema di Venezia 2010.

E’ la storia di Angèle, una giovane donna dal passato difficile, appena uscita dal carcere, in libertà provvisoria, condannata per aver provocato in un incidente la morte del marito. Ha un figlio, affidato ai nonni paterni, che vuole riavere con sé. Da questo desiderio urgente e dal bisogno, ancora confuso, di voler tornare ad una vita ordinaria, nasce l’impianto del film.

Inizialmente Angèle è una donna allo sbando, in bilico fra comportamenti autodistruttivi e  desideri di riscatto e di riparazione; in balia della rabbia è spinta a gesti di ribellismo, a  decisioni improvvise e poco meditate; è senza pace,  tormentata dai sensi di colpa e dalla paura del rifiuto.

 L’incontro con Tony, un uomo gentile che conosce la sofferenza, con sua madre, una donna ruvida ma saggia, e con una comunità accogliente e solidale, quella di un paesino di pescatori della bassa Normandia in piena crisi economica, producono il cambiamento.

Quanto Angèle è dura e diffidente tanto Tony è disponibile e generoso; un interessante scambio di ruoli anche  nella sessualità: quella di lei, aggressiva e priva di mediazioni,  è rifiutata da Tony perché, come le fa capire subito, ‘non è uno stronzo’.

Ben raccontata l’evoluzione dei suoi desideri, del nuovo rispetto per sé; come anche l’apprendimento dell’arte della pazienza per riottenere l’amore del figlio; e i cauti tentativi di avvicinamento alla madre di Tony e verso la gente del posto. Bellissime scene di faticose e lunghe pedalate in bicicletta contrappuntano questi passaggi e  le lotte per tenere a freno l’urgenza, l’insicurezza, la paura: interminabili percorsi per raggiungere i luoghi  dei suoi conflitti e delle sue speranze. La macchina da presa non l’abbandona un istante registrando i gesti e gli sguardi di Clotilde Hesme, sfuggenti oppure duri, e il suo corpo androgino, nervoso, scattante.

Tony la osserva, le offre il suo affetto e le dimostra con i fatti il suo desiderio di darle aiuto e il sincero bisogno di lei:  dialoghi stringati, gesti,  sguardi,  movimento dei corpi esprimono più che le parole il flusso di sentimenti.

Il futuro non è una favola a lieto fine, ma su basi più affettuose qualcosa di buono può essere costruito. La tensione crescente creata sulla figura della protagonista lentamente si scioglie verso una soluzione positiva per tutti, Tony, Angèle e il figlio.

 

 

 

 

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