Lucrezia Marinelli

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Okoi e semi di zucca

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Okoi e semi di zucca

 Regia di Adonella Marena

 

Rosa, una ragazza indipendente e senza pregiudizi, perde il posto di lavoro.

Cercando nuove occasioni, conosce un vivace gruppo di donne immigrate, socie di una cooperativa di servizi, e lì le viene proposta un’insolita opportunità: aiutare l’avviamento del nuovo servizio di ristorazione.

Rosa è duttile e si aggrega a loro, ma spinta più dalla necessità del lavoro che dalla curiosità.

Così, con la loro cucina multietnica, Rosa, Pace, Malika e Mamì si spostano tra circoli e case private per preparare cene e rinfreschi.

Ma l’organizzazione del lavoro è condizionato da continui litigi e pregiudizi, che costringono Rosa ad abbandonare il suo ruolo neutrale ed intervenire: le differenze sono l’originalità del gruppo e vanno valorizzate, per sollecitare la curiosità locale. Lei si presterà per organizzare qualche richiamo efficace.

In nuovo compito impegna sinceramente Rosa, ma nel tempo la porta più lontano dai suoi intenti.

L’emigrazione anche come rottura e cambiamento, la nostalgia della lingua d’origine, lo sforzo d’integrazione, la fierezza della propria cultura, i riti, l’identità femminile; con queste situazioni Rosa, ragazza metropolitana con radici nel sud, si incontra, in un’alternanza di comunione, ironia, conflitto o estraneità.

Lei accompagnerà il gruppo fino alla realizzazione del progetto comune, poi le lascerà per un nuovo lavoro, anche per mettere ordine ad un imprevedibile smarrimento anche questa esperienza le ha procurato.

Il soggetto trae spunto dall’esperienza di lavoro, progetti e amicizia vissuti dall’autrice insieme ad un gruppo di donne immigrate extracomunitarie, fin dalla primavera del 1991.

L’occasione dell’incontro (la regia di un documentario voluto dalla Regione Piemonte, C.P.O. su un loro corso di formazione) sfocia alla fine nel desiderio comune di fondare una cooperativa sociale, la prima in Italia, nel giugno ’92.

Il progetto del video ha contemplato soprattutto due obiettivi:

 

-         Rendere visibile parte di questa esperienza così singolare, sottolineandone in particolare il 

      problema dell’identità, dello “smarrimento”, dell’inevitabile crisi del proprio equilibrio  

            culturale quando ci si relaziona più profondamente con chi è lontano dal nostro mondo

            d’identificazione.

 

-         Offrire alle amiche immigrate la possibilità di autorappresentarsi (prima occasione a Torino,

      insieme a quella del laboratorio teatrale) nei loro specifici contesti, per far conoscere le 

      realtà anche positive e propositive dell’immigrazione torinese, come le cooperative e le

      attività presenti al centro interculturale “Alma Mater”, dove esse lavorano. Ne è nato un

      filmato sospeso tra documento e finzione, dove le protagoniste immigrate impersonano se

      stesse con vitalità e autoironia, mentre l’interprete italiana si rende sguardo, specchio

      portavoce di pensieri e interrogativi.

 

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