Lucrezia Marinelli

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Amelia

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Regia di Mira Nair

Recensione di Silvana Ferrari 

Il nome di Amelia Earhart, la sua figura, insieme alle sue imprese, ancor oggi dopo oltre settant’anni dalla sua scomparsa, sono parte dell’immaginario delle persone e, per quanto riguarda gli Stati Uniti, di un intero paese.

Fu aviatrice e la prima a compiere la trasvolata atlantica in solitaria. Una pioniera, una donna temeraria, senza paura, che amava il volo: le sensazione di libertà, che con esso provava, le risultavano ineguagliabili sopra ogni altra cosa.

Non che le questioni umane e quelle del suo genere  la toccassero meno: fu una assidua e tenace attivista dei diritti delle donne e per se stessa, quando decise di sposare George Putnam, l’uomo che in veste di pubblicitario l’aiutava a trovare i fondi per finanziare le sue imprese, modificò il giuramento matrimoniale, che stabiliva fedeltà e sottomissione della moglie nei confronti del marito, con una formula a lei più adeguata, tale da garantirle sempre la sua libertà personale.

Il film di Mira Nair parte dalla sua ultima impresa che le fu fatale, la trasvolata dell’intero pianeta, attorno alla linea dell’Equatore, iniziata con il decollo da Miami il 1 giugno del 1937, e, in un processo a ritroso, ci racconta le sue prime imprese, da quando giovane ventenne del Kansas, si guadagnava da vivere con il volo acrobatico, i primi premi ottenuti nelle gare di altitudine, fino al fortunato incontro con il ricco George Putnam, erede di un impero editoriale e poi suo attento e fidato agente, che le costruì attorno, non senza un interesse personale, un’immagine adatta a colpire la fantasia popolare e a far diffondere la sua fama.

Il film narra inoltre, in modo delicato e senza pruriti voyeuristici, la storia dell’innamoramento fra Amelia e Gene Vidal, un imprenditore aereonautico suo socio in affari, e lo strano e trasgressivo, per quei tempi, menage a tre, vissuto per un certo periodo dai protagonisti.

Il film ci dà belle immagini dei paesaggi sorvolati da Amelia, una descrizione accurata della società dell’epoca e  delle imprese della grande aviatrice; racconta i suoi amori, e anche il mondo degli affari e il giro di interessi che la circondavano. Ma lo fa in una maniera patinata e glamour, alla Hollywood: bei vestiti, belle macchine, belle case, bella gente. Pochi i momenti di tensione che coinvolgono spettatrici/tori: senz’altro le scene emozionanti della trasvolata atlantica in solitaria, e quelle convulsamente drammatiche che descrivono i momenti precedenti alla scomparsa e all’inabissamento dell’aereo in mare il 2 luglio del 1937.

 Tutto molto esteriore. Una donna così impavida e coraggiosa, dalle passioni forti e potenti, divenuta nell’immaginario di un paese un simbolo e un mito, pari a quello dei grandi viaggiatori e dei grandi esploratori dei secoli passati, a mio parere, andava indagata più profondamente, nell’anima, nei suoi sentimenti, nelle sue motivazioni, nelle sue idee: più spessore umano e meno patina glamour.

Hilary Swank, nei panni di Amelia, è perfettamente a suo agio e grazie alle sue eccezionali doti trasformistiche e ad un alto livello di padronanza del corpo raggiunge un’incredibile somiglianza con l’originale.

Mira Nair, di origine indiana, vive attualmente negli Stati Uniti, è  regista di film di successo quali  Salaam Bombay!, Monsoon Wedding, Il destino nel nome.              

                                                                                                                                  

 

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