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Persone (Le) normali non hanno niente d'eccezionale

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LE PERSONE NORMALI NON HANNO NIENTE D’ECCEZIONALE

 Regia di Laurence Ferreira Barbosa

Storia di una ragazza che accetta di passare qualche giorno in un ospedale psichiatrico per rimettersi da una crisi sentimentale che le ha fatto perdere il compagno, il film abbandona ben presto ogni prevedibile impianto psicologico e narrativo per inseguire la metamorfosi della protagonista, conquistata da un sogno di amorevole follia demiurgica (comporre le crisi affettive delle persone che, ben più disturbate di lei, ha incontrato in ospedale). Ma il cambiamento della protagonista va di pari passo con il cambiamento di tono del film, che si trasforma in una specie di documentario senza pericoli di didatticismo: alla regista non interessa raccontare l’esclusione o la reclusione ma piuttosto scavare dentro i drammi di questo o quel paziente, giovane o vecchio che sia, guidata da una Valeria Bruni-Tedeschi che dimostra di possedere la grazia per infrangere il confine tra normalità e devianza, esempio davvero magistrale di come fondere libertà di regia (il film è scritto fino all’ultima battuta eppure sembra inventato sulla scena) e profondità d’interpretazione (Prezioso).

Materia passionale in forma di disgressione psichiatrica per un’opera prima che staziona dalle parti di un cinema dei sentimenti. C’è un cuore in un film come questo, ma c’è soprattutto la volontà di percorrere sino in fondo la liminare instabilità della passionalità del quotidiano, l’instabile bordo di un baratro che, di ora in ora, di giorno in giorno, può aprirsi nei cuori più fragili. E’ un film su quanto la normalità possa mancare alla normalità, quello di Laurence Ferreira Barbosa, su come la stabilità si riveli di volta in volta un equilibrio mobile. Si parla di perdita e di spostamenti progressivi del principio di realtà dei sentimenti: siamo sempre nella sospensione passionale del più lucido cinema francese, il cui fratello maggiore resta Philippe Garrel; ma la regista preferisce descrivere piuttosto che scrivere, pratica i corpi dei suoi personaggi contaminandoli con i segni degli sfondi sui quali si muovono: non ci sono emozioni scorticate in un film come questo, ma solo persone in cerca dell’eccezionalità che appartiene alla norma dei sentimenti. E poi fondali di una realtà fuori fuoco, tenuta in campo con l’algida e distratta precisione di chi alla realtà dà il peso di una pennellata di colore in un quadro astratto.

Colpisce in particolare il continuo spostamento dello sfondo rispetto alle figure, in un film come questo, il lavoro dello sguardo sulla definizione degli spazi che contornano i corpi: i luoghi dell’assenza, spazi distratti di una realtà che scorre senza forma. Anche se poi uno dei tratti distintivi del film è proprio l’impatto realistico del contesto, il taglio da psicodramma passionale giocato a stretto contatto con un’ambientazione volutamente autentica: echi di cinema delle banlieu, di cui si fa carico probabilmente la collaborazione alla sceneggiatura di Cedric Kahn. Ebbene, è proprio in questa apparente contraddizione che Le persone normali non hanno niente di eccezionale trova la sua definizione espressiva più pregnante. Perché la Ferriera Barbosa lascia che realtà e astrazione aderiscono nello scontornamento di deliberata irrazionalità di cui Martine si fa portatrice sana: fra lucidità e annebbiamento, fra trasparenza e offuscamento, la protagonista assegna al film il suo instabile baricentro, proiettandolo sull’incapacità della sua passione di uscire da se stessa.

Del resto, la sindrome in cui si agita Martine riguarda proprio un difetto di definizione dei propri confini: l’identità sembra essere diffusa senza che tuttavia la realtà riesca ad entrare nella scorza della sua assolutistica passione. Tra dentro e fuori per Martine non c’è più differenza di sostanza, ed è per questo che investe gli altri della propria attenzione. Impossibile inquadrare la normalità di Martine, almeno quanto definire la sua pazzia: l’esclusione dal mondo è un atto di autoannullamento della realtà esterna, una volontaria reclusione in un contesto in cui la realtà è un parametro cangiante. Martine fa di sé un recettore di realtà che cerca di far confluire su di esso le coordinate di tutti coloro che le gravitano attorno: è lei il dentro e il fuori di se stessa, e il film finisce col contenerne lo sbandamento in una messa in scena che colpisce proprio per l’inconsistente definizione della storia.

Non c’è astrazione nello sguardo di Ferreira Barbosa almeno per quanto riguarda l’aderenza alla realtà: il film galleggia in una materia la cui concretezza manca a se stessa senza tuttavia mancare alla complessione generale dell’opera.

E Valeria Bruni-Tedeschi è espressione di questa condizione: la sua recitazione è un atto di sospensione tra l’astrazione di un fuori-ragione che annulla la realtà e la pienezza di una prova che assolutizza se stessa.

Ultima nota, assolutamente di demerito: la vergognosa approssimazione di un doppiaggio degno della più dozzinale telenovela. Meglio sarebbe stato mantenere la lingua originale con sottotitoli.

 

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